“Cdn aperte e standard video: così la Rai sarà padrona del suo futuro”

Mario Frullone, vicedirettore generale della Fondazione Ugo Bordoni a CorCom: “Investimenti sulle nuove reti e apertura agli operatori: Viale Mazzini può essere un driver strepitoso di nuovi contenuti. Digitale e satellite: iniziare ora a trasmettere un canale con la tecnologia che andrà a regime, anche per guidare i consumatori”

Pubblicato il 03 Giu 2016

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“Credo che il Servizio pubblico debba avere un ruolo di guida tecnologica ed essere un fattore abilitante di nuovi contenuti e nuovi soggetti desiderosi di esplorare il mercato radio-televisivo”. Mario Frullone, vicedirettore generale della Fondazione Ugo Bordoni, spiega così a CorCom quella che secondo lui è oggi la sfida della Rai: affrontare a viso aperto le grandi transizioni tecnologiche in atto nel settore audio-video. Lui è stato, assieme ad Antonio Sassano, Marco Hannappel, Sergio Bellucci e altri esperti, uno dei partecipanti al tavolo tecnologico della maxi-consultazione pubblica #Cambierai. Tra reti Cdn, evoluzione degli standard video e nuovi investimenti, gli ostacoli non mancano, ma secondo Frullone il Servizio pubblico ha tutte le carte in regola per essere finalmente una protagonista tecnologica.

Partiamo dall’on demand. Quali sono le sfide principali che attendono la Rai?

Il tema centrale riguarda le Content delivery network (le reti che trasportano online i contenuti, ndr). C’è in questo momento una forte sensibilità su questa tematica, soprattutto da parte del Servizio Pubblico. Non appoggiarsi più a reti di altri, ma avere delle reti Cdn dedicate vuol dire investire. Il fatto positivo è che questi investimenti possono essere cadenzati seguendo la crescita della domanda, sia potenziando la capacità di calcolo sia aumentando la numerosità degli apparati. I costi abbastanza contenuti lo permettono. Il limite risiede invece nell’ultimo miglio. Tuttavia, ci sono grandi progetti in campo su questo punto specifico che fanno ben sperare. In generale, se pensiamo all’on demand ci riferiamo a modello di business legato ad un abbonamento con un operatore di telecomunicazioni. Quindi qualcosa di diverso rispetto a quanto richiede la free television della Rai e questo richiederà delle riflessioni.

Quindi le telco che ruolo avranno?

Io credo che nel momento in cui la Rai si doterà di una rete Cdn propria, per quelle che sono le esigenze di questi servizi la banda ultralarga sarà sufficiente. È possibile che ci siano al più partnership commerciali, non infrastrutturali.

Le Cdn della Rai andrebbe aperte anche ai privati?

Credo che il Servizio Pubblico debba avere un ruolo di guida tecnologica ed essere un fattore abilitante di nuovi contenuti e nuovi soggetti desiderosi di esplorare il mercato radio-televisivo. Quindi sì, aprirle è una strada intelligente. In questo contesto anche il Centro di ricerche Rai potrebbe giocare un ruolo importante, anche dal punto di vista della promozione di questi nuovi aspetti.

Sta quindi chiedendo alla Rai di essere protagonista attivo di questo processo evolutivo?

Assolutamente sì. Mettendo a disposizione le proprie Cdn, la Rai potrebbe favorire uno slancio importante per tutto il mercato audio-video. Una sorta di incubatore di nuovi progetti.

Passando invece a digitale e satellite, qual è lo scenario attuale?

Dobbiamo considerare che oggi sia le frequenze terrestri sia quelle satellitari hanno il grande pregio di essere strutture distributive a costi più contenuti di una rete tlc e che consentono di tenere in piedi un modello di televisione gratuita. Si parla molto di reti low-power low-tower, però bisogna valutare bene i costi che sono più elevati di una high-power high-tower. Non è da escludere un modello ibrido, flessibile e adattabile alle esigenze specifiche. È importante rendere capillari le reti, ma senza impattare eccessivamente sui bilanci.

Quale ruolo per RaiWay in questo contesto?

Difficile da ipotizzare. A prescindere da RaiWay, una strada obbligata riguarda la necessità di assecondare la grandissima domanda di qualità delle immagini.

In che modo?

Sicuramente il Dvb-T2 (Digital Video Broadcasting – Terrestrial di 2ª generazione, ndr) può aiutare. Parliamo di una tecnologia dalle potenzialità enormi, ancora poco conosciuta. Ciò che mi preoccupa è la tecnica di codifica video e mi riferisco alla necessaria corrispondenza tra le codifiche video dei televisori e quelle scelte dei broadcaster. Sia Confindustria Radio-tv sia la Rai hanno espresso una preferenza verso l’Hdr (High Dynamic Range, soluzione già nota nel mondo della fotografia che applicata al video significa migliore qualità dei singoli pixel, ndr) che richiede un profilo avanzato dell’Hevc (High Efficiency Video Coding, uno standard di compressione video ad alta efficienza, ndr). Oggi i televisori in grado di decodificare questo tipo di segnale sono pochi, anche se alcuni studi recentissimi ipotizzano che una trasmissione in Hdr sarebbe comunque ben visibile da dispositivi Hevc. False speranze o meno, la Rai potrebbe e dovrebbe comunque fare qualcosa in più. Ad esempio, anticipare almeno per un canale la tecnologia che sarà scelta a regime permetterebbe all’utente di capire se il proprio televisore sia a prova di futuro. Sarebbe anche una forma di tutela per il cittadino-consumatore. Sicuramente c’è anche un problema di offerta, necessaria per spingere l’evoluzione. Ma sotto questo punto di vista alcune iniziative, sia sull’Hdr sia sul 4k, sono partite e mi sento di essere ottimista.

Leggi anche le interviste degli altri partecipanti al tavolo tecnologico

Antonio Sassano, professore de La Sapienza ed esperto di frequenze -> Reti, tecnologia e contenuti: ecco le sfide della nuova Rai

Marco Hannappel, vicepresidente di Anitec -> “Una Rai stile Bbc farebbe la fortuna dell’ICT italiano

– Sergio Bellucci, esperto di innovazione nelle comunicazioni -> “Rai ferma a Carosello senza un progetto sulle infrastrutture digitali

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