LA FIERA

Ces, non è tutto oro il tech che luccica

La kermesse tecnologica più famosa del mondo sforna ogni anno prodotti altamente innovativi: sistemi di domotica e automotive d’avanguardia quest’anno la fanno da padrone. Ma quanti di questi troveranno un mercato?

Pubblicato il 08 Gen 2016

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“Quando guardo alla fiera di quest’anno, vedo un sacco di cose di cui nessuno ha bisogno, e che poche persone vorranno. Si tratta di un catalogo di gadget e cose inutili portato in vita”. Lo scrive non un blogger arrabbiato con i gadget esposti al CES di Las Vegas ma Michael Gartenberg, un alto dirigente di una delle più grandi aziende di hi-tech al mondo che storicamente non partecipa all’evento in corso in queste ore a Las Vegas. Invidia per chi sta sotto i riflettori o forse c’è qualcosa di più?

Come ogni anno da quasi cinquant’anni, durante la prima settimana di gennaio a Las Vegas si tiene il Consumer Electronics Show (CES), una delle più grandi fiere di elettronica di consumo al mondo. Si tratta di una kermesse sconfinata con migliaia di aziende che spendono milioni di dollari per mostrare la loro roba. Soprattutto, producono una marea di notizie adrenaliniche, al limite dell’esagitato, piene di “nuovo”, “incredibile”, “innovativo”. Prodotti senza i quali non si potrà più stare, per parafrasare la nota rubrica di una rivista satirica degli anni Novanta. Tutti prodotti hi-tech “innovativi”. Ma quanti sono realmente di un qualche interesse al di fuori del settore hi-tech? Quante di queste “novità” non si scioglieranno come neve al sole del deserto del Nevada quando finisce la fiera e la festa? Molti sono gadget che non troveranno praticamente mai una posizione di mercato, altri sono semplici annunci di nuove versioni di computer o di altri apparecchi: una macchina fotografica più potente, un televisore più grande e più piatto, o meglio più curvo, uno pseudo-robot intelligente che cammina in casa su quattro zampette e deve essere caricato ogni ora, un’auto che si guida da sola del futuro che arriverà però tra cinque anni (forse).

Alla maggior parte dei consumatori quanto interessa realmente sapere tutte queste cose su tutta questa roba? E soprattutto, perché il CES è ancora un evento importante? Se è davvero il luogo dove cercare di individuare il nuovo e convincere i consumatori a comprarlo al posto del vecchio che già posseggono, cosa si può trovare?

Nelle pagine web dei grandi giornali internazionali (e l’Italia in questo non fa eccezione) ci sono decine di notizie su novità e “cose meravigliose”: dal casco ai Led anti-calvizie al cuscino elettronico per non far russare; dall’annuncio dell’auto elettrica economica al bracciale smart “bello come un gioiello” sino ai nuovi tablet e laptop cinesi, coreani, americani (che si somigliano un po’ tutti anche perché usano sempre lo stesso sistema operativo e lo stesso tipo di processore).

Il punto più basso del Ces ovviamente sono il segmento in cui si l’elettronica casalinga sovrappone con l’informatica per creare la domotica. E in cui si parla di un frigorifero “che si usa senza mani: basta un gesto e si apre da solo” sino alle “super intelligenze artificiali” che si occuperanno di fare il bucato sempre bianco, di fare la spesa, di regolare il riscaldamento. Tutto ovviamente dalla nuvola.

Al CES, si sa, vince chi la spara più grossa. E quest’anno è sempre più così: mentre finalmente arrivano alcuni prodotti promessi da quattro anni (come gli occhiali per la realtà aumentata comprati da Facebook bel 2014 e finalizzati con consegna entro l’anno) altri che ancora non ci sono fanno la loro comparsa. Dai droni-tassisti che portano passeggeri in volo senza bisogno di un pilota umano, alla cinepresa Super8 che registra su pellicola ma anche su memoria digitale.

È un tentativo di rispondere alla noia del futuro, al sentimento di tedio e forse di fastidio che ci viene dal fatto che oggi il futuro è effettivamente già arrivato. A sprazzi, in modo diverso da come lo disegnavano i futurologi e gli scrittori di fantascienza di ieri e ieri l’altro, ma è decisamente arrivato. Come altrimenti descrivere lo stupore che proveremmo noi stessi a usare un telefonino o un tablet di oggi solo quindici anni fa? E a potenza dei social, la pervasività di internet, le reti 4G, la disponibilità di contenuti on-demand pressoché istantanea?

In questo scenario, appare evidente che la kermesse di Las Vegas, nata nel 1967 a New York come spin-off del Chicago Music Show dove venivano presentati strumenti e apparecchiature musicali (anche elettroniche), è cambiata profondamente. Dai 100 espositori con un pubblico di 17.500 visitatori alle decine di migliaia di oggi, di acqua sotto i ponti è passata. Ma per stupire e attirare l’attenzione di folle di commercianti, venditori e giornalisti, occorre alzare i toni. È passata l’epoca dei keynote di Bill Gates che disegnava futuri costruiti attorno all’idea di case senza carta, con pareti che diventano grandi schermi e tutta una serie di idee che oggi, vent’anni dopo, sono ancora ben di là da venire (se mai verranno).

Al pubblico e alla stampa di oggi, saturato di gadget su Internet, quel che serve è qualcosa di più rumoroso, che attiri di più l’attenzione, più paradossale. In questo modo si perde l’idea di futuro e il CES diventa un ritorno al passato, alle kermesse di piazza in cui prevale il rumore e lo stupore sui contenuti. Ma è uno spettacolo e come dicono anche a Las Vegas, “the show must go on”.

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