L'EMERGENZA

Chip, solo 5 giorni di scorte per le aziende Usa. Servono 52 miliardi per superare la crisi

Secondo uno studio del Dipartimento del commercio, un minimo intoppo alle forniture potrebbe causare chiusure e licenziamenti: il governo chiede al Congresso una legge che rafforzi la produzione interna e stanzi risorse ad hoc. Intanto Toyota annuncia nuovi stop mentre Hyundai è ottimista: “Normalità nel terzo trimestre”

Pubblicato il 26 Gen 2022

Chip

Un sondaggio del Dipartimento del Commercio statunitense ha rilevato che la domanda per i chip che alimentano automobili, elettronica, dispositivi medici e altri prodotti supera di gran lunga l’offerta, anche se i produttori globali di chip si stanno avvicinando alla loro massima capacità di produzione. Come spiegato dal segretario al commercio Gina M. Raimondo, l’indagine, condotta su oltre 150 aziende che producono e acquistano chip, mostra che la carenza sta minacciando la produzione industriale americana e aiutando ad alimentare l’inflazione. Dal rapporto emerge infatti che la domanda mediana di chip è stata nel 2021 del 19% superiore a quella del 2019, ma gli acquirenti non hanno visto un aumento proporzionale nella fornitura. 

Secondo il report, inoltre, si prevede che la necessità di chip aumenterà, poiché le tecnologie che utilizzano grandi quantità di semiconduttori, come il 5G e i veicoli elettrici, diventeranno più diffuse. Ma il dato più preoccupante è un altro: le aziende statunitensi che usano chip per i loro prodotti, in base a quanto rilevato, hanno un’autonomia di scorte di soli cinque giorni (contro i 40 del 2019). Un arresto nella catena di approvvigionamento potrebbe quindi portare alla chiusura di interi stabilimenti e al licenziamento degli operai in due-tre settimane. A tal proposito, la Raimondo, i leader della Camera dei Rappresentanti e tutta l’amministrazione Biden  invitano il Congresso ad approvare una legislazione che include 52 miliardi di dollari per finanziare la produzione dei semiconduttori negli Stati Uniti e autorizza 190 miliardi di dollari per rafforzare la tecnologia e la ricerca statunitense, rafforzando la competitività nei confronti della Cina. A giugno, il Senato ha approvato lo Us Innovation and competition act (Usica), ma la proposta resta bloccata alla Camera.

Nvidia rinuncia ad Arm: via libera troppo lontano

La società statunitense specializzata in processori grafici e schede madri per computer Nvidia, intanto, si starebbe preparando a rinunciare all’acquisto di Arm da Softbank Group, viste le difficoltà a ottenere il via libera dalle autorità per l’accordo – annunciato nel settembre 2020 – che vale 40 miliardi di dollari, il maggiore nella storia del settore dei semiconduttori. Nvidia avrebbe ammesso ai partner di non aspettarsi una conclusione positiva della transazione e SoftBank, nel frattempo, starebbe lavorando alla quotazione in Borsa di Arm come alternativa alla cessione.

L’annuncio dell’accordo, che prevedeva la fusione di due dei maggiori produttori mondiali di chip, aveva portato all’apertura di un’indagine nel Regno Unito per questioni di sicurezza nazionale, dato che Arm è considerato il ‘fiore all’occhiello’ del settore tech di Londra. Ma il progetto aveva attirato le attenzioni di molte autorità antitrust nel mondo, a partire da quelle statunitense e cinese, pronte a bloccarlo. 

Toyota taglia il target di produzione del 20%

E non c’è pace sull’automotive: la carenza globale di chip e di componenti dovuta alla diffusione della variante Omicron del Covid-19 continua infatti a provocare intoppi alla produzione. Toyota ha annunciato una nuova interruzione che coinvolge 12 fabbriche su 13 per un totale di 20 linee su 28 per gli ultimi cinque giorni del mese di gennaio. Inoltre ha chiarito che anche nel mese di febbraio sarà costretta a fermare sette linee di produzione in sei fabbriche per 12 giorni. L’annuncio  rappresenta un’estensione delle chiusure annunciate solo cinque giorni fa e riguarda esclusivamente impianti in Giappone. Toyota prevede che per l’anno fiscale in corso, che si conclude a marzo, non raggiungerà il target di 9 milioni di vetture prodotte e ha già tagliato giorni fa l’obiettivo di produzione per febbraio a 700mila vetture, il 20 per cento in meno del precedente target.

Hyundai: “Fuori dalla crisi a fine anno”

Quanto alle previsioni sul futuro, la casa automobilistica sudcoreana Hyundai Motor fa sapere di vedere un alleggerimento dalla crisi globale di fornitura dei chip a partire dal secondo trimestre del 2022, con una normalizzazione nel terzo trimestre. “La carenza di chip continuerà nel primo trimestre a causa della diffusione della variante Omicron del Covid e perché le compagnie si stanno ricostituendo i loro magazzini”, ha detto Suh Kang-hyun, il Cfo di Hyundai parlando con gli analisti. “Un graduale miglioramento – ha continuato – è atteso dal secondo trimestre finché l’afflusso di chip verrà normalizzato nel terzo. Noi continueremo a modulare la nostra produzione in base alla situazione delle forniture”.

Hyundai in un comunicato ha annunciato di aver registrato un calo del 41 per cento dei suoi utili netti nell’ultimo trimestre del 2021 a causa della crisi dei chip, che ha intaccato la sua produzione dei veicoli. L’utile netto nel trimestre è stato di 701,4 miliardi di won (517 milioni di euro) rispetto ai 1.183 miliardi di won (873 milioni di euro) dello stesos trimestre del 2020. Ciononostante l’utile operativo è cresciuto del 22 per cento a 1.529 miliardi di won (1,1 miliardi di euro) rispetto a 1.254 miliardi di won (925 milioni di euro) dello stesso periodo del 2020 grazie a un favorevole mix di prodotti e al cambio. Le vendite sono aumentate nel trimestre del 6 per cento a un valore di 31.026 miliardi di won (22,9 miliardi di euro). Nell’intero 2021, l’utile netto è triplicato rispetto all’anno precedente a 5.693 miliardi di won (4,2 miliardi di euro) rispetto a 1.925 miliardi di won (1,4 miliardi di euro) del 2020. 

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