Cisco Systems ha deciso di ritirare la propria pubblicità online da Youtube, la piattaforma di Alphabet, per evitare che l’advertising possa apparire in collegamento con video inappropriati. Ad annunciarlo è stata in un post sul blog aziendale la chief marketing officer della società, Karen Walker, spiegando che l’obiettivo è di evitare che i propri annunci “finiscano accidentalmente nel posto sbagliato, come ad esempio sullo streaming video con contenuti sensibili”. Cisco in ogni caso, si leggeva sul post che in secondo momento è stato rimosso dal sito dell’azienda, continuerà a pubblicare e condividere i propri video sulla piattaforma.
Non è la prima volta che la piattaforma si trova ad affontare problemi di questo genere: già alla fine dell’anno era successo che una gruppo nutrito di brand avesse minacciato l’uscita per aver visto i propri annunci finire su pagine sospettate di essere in contatto con ambienti pedofili.
Dal canto suo Alphabet, la holding a cui fanno capo Google e Youtube, replica di essere al lavoro insieme ai propri inserzionisti per apportare alla piattaforma ed evitare che l’advertising venga visualizzato in associazione ai contenuti sbagliati: “Stiamo apportando modifiche significative con policy più stringenti, controlli migliori e maggiore trasparenza – ha detto un portavoce di Mountain View a Reuters – Siamo impegnati a continuare in questo dialogo per ottenere i migliori risultati”.
La decisione di Cisco arriva dopo un servizio della Cnn mandato in onda ad aprile secondo il quale gli annunci di oltre 300 aziende, compresa Cisco, erano andati a finire su canali “estremisti” della piattaforma di video in streaming. In questo modo, sosteneva il servizio, queste società potrebbero avere inconsapevolmente contribuito al finanziamento di quei canali attraverso i loro annunci pubblicitari.
Se da una parte Cisco non ha fornito spiegazioni a chi ha chiesto per quale motivo il post sia stato rimosso, dall’altra nei giorni scorsi Youtube ha pubblicato un report annunciando di aver rimosso dalla piattaforma, nel quarto trimestre del 2017, circa cinque milioni di video che violavano la sua policy sui contenuti, prima ancora che gli utenti riuscissero a visualizzarli.