I CONTI

Cisco, trimestrale oltre le attese: il modello software-based funziona

Fatturato a 12,4 miliardi di dollari e utile netto a 2,8 miliardi. Alzato il dividendo per gli azionisti e via a un nuovo buyback di azioni: il colosso americano del networking ottimista sul business grazie alla “aggressiva execution” della strategia che punta alla trasformazione digitale delle imprese

Pubblicato il 14 Feb 2019

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Cisco, il colosso statunitense delle infrastrutture di rete, ha messo a segno una trimestrale che supera le attese degli analisti di Wall Street sia sul fronte dei ricavi che degli utili: nel suo quarto trimestre 2019 (terminato il 26 gennaio) il gruppo di San Jose ha registrato fatturato in crescita a 12,4 miliardi di dollari e utile netto stabile a 2,8 miliardi con Eps a 0,63 centesimi di dollari. Cisco ha completato il 28 ottobre 2018 la cessione di Spvss, l’attività Service provider video software solutions. Includendo questa divisione, la crescita del fatturato del secondo trimestre 2019 rispetto al Q2 2018 è del 5%, escludendola è del 7%.

Per il Q3 l’azienda americana prevede revenue ancora in crescita del 4-6%, margine lordo adjusted del 64-65% e Eps compreso tra 0,63 e 0,68 centesimi di dollaro. Le cifre sono tutte riferite ai risultati Gaap.

Il gruppo ha alzato il dividendo del 6% a 0,35 centesimi per azione rispetto al trimestre precedente. Il Cda ha inoltre autorizzato un ulteriore riacquisto di azioni proprie per 15 miliardi di dollari.

I risultati del Q2 2019 sono meno brillanti rispetto al primo trimestre, quando Cisco aveva messo a segno ricavi per 13,1 miliardi di dollari (+8% anno su anno) e utili per 3,5 miliardi con Eps a 0,77 centesimi share, ma rappresentano comunque una robusta prestazione, ha commentato il Ceo Chuck Robbins.I nostri team stanno attuando la strategia con estrema efficacia”, portando aggressivamente Cisco verso un modello di business basato sul software caratterizzato da veloce capacità di innovazione, ha sottolineato il numero uno del gruppo californiano. “Stiamo ridefinendo e connettendo ogni area dell’infrastruttura di networking per dare ai nostri clienti l’agilità, efficienza operativa e sicurezza di cui hanno bisogno per abbracciare multicloud, edge computing e trasformazione digitale”.

La Cfo di Cisco, Kelly Kramer, ha ribadito la solidità dei risultati del secondo trimestre e sottolineato in particolare le prestazioni degli abbonamenti software che ora rappresentano il 65% delle entrate totali da software. L’aumento del dividendo e il programma di riacquisto di azioni dimostrano la fiducia nel business.

Nel dettaglio, le entrate di prodotto crescono del 9% e quelle dei servizi dell’1%. All’interno dei prodotti, la componente applicativa è cresciuta del 24% a 1,4 miliardi di dollari, mentre le soluzioni di sicurezza hanno registrato un rialzo del 18% a 658 milioni. Il core business della vendita di infrastrutture di rete sale del 6% a 7,1 miliardi. Il fatturato generato nelle Americhe sale del 7%, in Emea cresce dell’8% e in Asia Pacifico, Giappone e Cina del 5%.

Il margine lordo è del 62,5%, in contrazione rispetto all’anno prima (63,1%). Le spese operative ammontano a 4,6 miliardi di dollari (+3%), l’utile operativo Gaap è di 3,2 miliardi di dollari (+4%) e il margine operativo Gaap è del 25,8%. Il cash flow dalle attività operative ammonta a 3,8 miliardi, in calo del 7% rispetto a 4,1 miliardi nel secondo trimestre 2018 per effetto dei costi di transizione al nuovo regime fiscale negli Stati Uniti; senza tale aggiustamento il flusso di cassa operativo sarebbe in aumento del 12%.

Tra fine 2018 e l’inizio di quest’anno Cisco ha anche annunciato delle operazioni di mercato che completerà nel terzo trimestre 2019: l’acquisizione di Luxtera, società dei semiconduttori, e quella di Singularity Networks, che si occupa di analytics delle infrastrutture di rete.

Nel futuro però, la guerra dei dazi tra Usa e Cina potrebbe minare la capacità di investimento dei gruppi americani, ha più volte affermato Robbins. Il numero uno di Cisco lo ha ribadito a un recente incontro a Washington: le aziende statunitensi finiranno per assorbire i costi delle tariffe doganali più alte spendendo meno nella ricerca e nello sviluppo, col rischio di colpire l’innovazione Made in Usa.

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