IL CASO

Cloud al Pentagono: possibile “revisione” dell’appalto miliardario a Microsoft

Dopo aver ottenuto il blocco temporaneo della commessa Jedi denunciando pressioni e irregolarità che avrebbero favorito la rivale, per Amazon Web Services un’altra buona notizia: la Difesa Usa chiede 120 giorni per rivalutare gli elementi dell’accordo

Pubblicato il 13 Mar 2020

pentagono

Non è ancora chiusa la partita per l’appalto Jedi (Joint enterprise defense infrastructure), il maxi contratto da 10 miliardi di dollari per portare il cloud computing in tutte le agenzie del dipartimento della Difesa americano. La candidata papabile all’assegnazione della gara era Amazon, ma alla fine la commessa è andata a Microsoft. L’azienda di Jeff Bezos ha immediatamente mosso causa per fermare l’avvio dei lavori sostenendo che la scelta della concorrente è stata guidata da pregiudizi e da un irregolare intervento del presidente Donald Trump. La causa è stata vinta e Microsoft è per ora bloccata. Adesso il dipartimento della Difesa Usa si è a sua volta rivolto a un giudice per ottenere il permesso a riconsiderare alcuni elementi della commessa e riesaminare le proposte dei diversi candidati.

Revisione sulle condizioni di prezzo

I legali del governo Usa hanno chiesto a un giudice federale di concedere al Pentagono “120 giorni per riconsiderare alcuni aspetti della decisione della Difesa che sono oggetto di contenzioso“, si legge nei documenti depositati dal Defense department presso la U.S. Court of Federal Claims. “Il dipartimento della Difesa non intende condurre negoziati con gli offerenti o accettare revisioni della proposta su alcun aspetto del contratto che non sia lo scenario di prezzo”, ha chiarito la Difesa Usa. Il Pentagono ha detto che vuole rivalutare anche le offerte sui marketplace online.

La commessa decennale Jedi è stata assegnata a Microsoft dal governo Usa a fine ottobre. Amazon ha fatto ricorso  denunciando pressioni e interferenze politiche sul regolare esito della gara e sostenendo di essere stata discriminata. Il giudice federale ha accolto la tesi di Amazon e deve ancora decidere sulle altre richieste dei legali dell’azidenda, in particolare la convocazione a testimoniare per il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, l’attuale segretario della Difesa, Mark Esper, e il suo predecessore James Mattis. Il giudice federale ha per ora ingiunto al governo Usa di non proseguire nell’implementazione dei servizi cloud con Microsoft “fino a ulteriore ordine del tribunale”.

Le reazioni di Amazon e Microsoft

“Siamo contenti che il dipartimento della Difesa abbia riconosciuto i problemi di sostanza e di legittimità che hanno inficiato la decisione sull’assegnazione dell’appalto Jedi e che è necessaria un’azione correttiva”, ha affermato un portavoce di Aws, la divisione cloud di Amazon.

Un portavoce di Microsoft ha invece affermato che il Pentagono ha preso la giusta decisione quando le ha assegnato il contratto. Tuttavia, ha aggiunto il colosso del software, “siamo favorevoli alla decisione di rivalutare un ristretto numero di fattori perché è probabilmente il modo più veloce per risolvere tutte le questioni e dotare delle necessarie moderne tecnologie tutte le persone che lavorano per le nostre forze armate”.

La controversa commessa Jedi

Jedi prevede lo storage in cloud di una grande mole di dati riservati e nasce con l’obiettivo di velocizzare e semplificare le comunicazioni con le forze armate statunitensi dislocate nelle diverse aree geografiche, anche grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la messa a punto delle operazioni e per accrescere le potenzialità dell’esercito usa nelle aree in cui è impegnato. Una strategia, secondo quanto spiegato dal Pentagono, utile a rendere più grande il vantaggio tecnologico delle forze armate Usa sugli avversari.

Amazon è apparsa fin dall’inizio come la candidata più probabile a ottenere l’appalto cloud. La Difesa Usa aveva segnalato di desiderare un fornitore unico piuttosto che dover integrare tecnologie di più provider per assicurarsi un’implementazione rapida e omogenea. Questo ha messo Amazon e il suo cloud in una corsia preferenziale. Il fatto di gestire già una parte del cloud della Cia nel territorio degli Stati Uniti era un vantaggio ulteriore per Aws. Ma i concorrenti – in gara inizialmente c’erano anche Oracle, Ibm e Google, poi la rosa si è ristretta ad Amazon e Microsoft – si sono lamentati di termini di gara disegnati, a loro dire, esattamente per favorire l’azienda di Bezos.

Le accuse di conflitto di interesse e pregiudizio della gara arrivate dai rivali di Amazon hanno finito con l’attrarre l’attenzione del presidente Donald Trump, che ad agosto 2019 ha chiesto di mettere la gara in stand-by e di rivedere termini e procedure. Alla fine, con un esito inatteso, il Pentagono ha assegnato il contratto a Microsoft.

Amazon ha subito denunciato come “improprio” l’intervento diretto di Trump nel processo di gara e affermato che la perdita dell’appalto è dovuta alla nota ostilità del presidente americano contro il Ceo di Amazon, Jeff Bezos, la sua azienda del commercio elettronico e la testata che possiede, il Washington Post, fortemente critica verso l’amministrazione Trump.

Secondo fonti interne allo staff dell’ex segretario alla Difesa americana John Mattis, Trump avrebbe chiesto a Mattis di fare in modo che Amazon fosse fuori dall’appalto Jedi. L’attuale segretario alla Difesa Mark Esper ha tuttavia respinto le indiscrezioni dei media Usa e si è detto sicuro che la gara sia sia svolta in modo “equo e corretto e senza influenze esterne”.

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