L'INTERVISTA

Cloud Italia, Zunino: “Valorizzare le infrastrutture già presenti”

L’Ad di Netalia e presidente del Consorzio Italia Cloud conferma l’interesse per il piano Colao: “Il modello da seguire sia quello federato di Gaia X”

Pubblicato il 15 Dic 2021

multicloud

Il cloud nazionale è un asset imprescindibile per accelerare lo sviluppo dell’economia digitale ma serve realizzarlo in ottica federata. Michele Zunino, amministratore delegato di Netalia e presidente del Consorzio Italia Cloud, delinea a CorCom la sua visione strategica.

Il Piano Italia Cloud annunciato dal ministro Colao sta entrando nel vivo: il Consorzio Italia Cloud, di cui fa parte Netalia, per il momento ha deciso di non sottoporre una propria proposta e di riservarsi l’ipotesi di scendere in campo sulla base dei criteri del bando che sarà emanato entro fine anno. La sfida cloud nel nostro Paese sarà complessa: quali sono secondo voi le priorità su cui bisogna puntare per accelerare la roadmap?

Il consorzio continua a guardare con interesse al progetto di cloud nazionale messo in campo da Colao, soprattutto relativamente alle scelte che caratterizzeranno i “dati e i servizi ordinari” e i “dati e i servizi critici”. Quello che auspichiamo è la possibilità di realizzare, però, un’architettura moderna che valorizzi le infrastrutture già presenti nel Paese e che stanno assolvendo il compito di gestire i dati in maniere egregia.

Da quello che si è evinto finora, a suo avviso, questo obiettivo non sarà garantito?

Il Polo strategico nazionale, cuore del progetto Cloud Italia, è una componente importante dell’infrastruttura digitale del Paese ma è distante dalla nostra idea di modello cloud che, oltre ad avere le caratteristiche di flessibilità, scalabilità e sicurezza, deve garantire anche un’elevata protezione dei dati da ingerenze di qualunque tipo. A cominciare da quelle di stati esteri. La sovranità digitale deve rimanere elemento imprescindibile di qualificazione, come avviene negli altri Paesi europei. Indipendentemente dal soggetto che sarà chiamato a gestirla. Perché il tema del cloud prima che un tema tecnologico e un tema geopolitico.

La “sovranità dei dati” è davvero possibile con le norme attuali?

Come spesso accade la politica è un passo indietro allo sviluppo tecnologico e le norme non sono in grado rispondere alle nuove sfide. È successo, ad esempio, con la governance di Internet e sta accadendo oggi con la sovranità tecnologica. In realtà stiamo assistendo ad una presa di consapevolezza che ci arriva dalla tecnologia ancora prima che dal nostro Paese. Da sempre lavoriamo esclusivamente con VMware e questa scelta per noi è imprescindibile. Recentementel’azienda ha annunciato l’iniziativa “Sovereign Cloud”, che vede VMware a fianco di alcuni Cloud Provider Certificati per garantire servizi cloud su un’infrastruttura che abbia i requisiti adeguati per garantire una tutela e una regolamentazione certa. Il tutto si basa sui requisiti geo-specifici relativi a sovranità e controllo giurisdizionale dei dati; accesso e integrità dei dati; sicurezza e compliance; data independence e mobilità; data analytics e innovazione. Netalia ha già iniziato questo percorso dentro il programma VMware Crediamo che questa iniziativa sia la naturale convergenza di tecnologia in strategia, unico modo per trarre i benefici della trasformazione digitale

Ma la sfida cloud è anche una sfida europea…

Sì, dovrebbe essere una sfida europea anche se il livello di competizione tra gli Stati è ancora alto. Ecco perché è importante un progetto come Gaia X, che rilancia su un modello federato e che riconosce il valore degli hub nazionali come sistemi di dialogo e interscambio di dati basati su standard comuni. Netalia partecipa a Gaia X come socio fondatore proprio perché si riconosce nei suoi principi di sovranità, trasparenza, disponibilità, portabilità e interoperabilità. E perché richiede a tutti i soci un impegno a realizzare una federazione di servizi infrastrutturali con valori e normative europee condivise e che dovrà essere in grado di accogliere e implementare in modo sempre più esteso e capillare i requisiti di compliance dettati dai diversi ambiti operativi.

Quindi lei immagina anche per l’Italia un cloud nazionale federato?

Credo che sia la soluzione ideale anche per sfruttare al meglio le caratteristiche e i punti di forza di chi realizza infrastrutture, da un lato, e chi realizza servizi dall’altro. Il cloud nazionale, a nostro avviso, deve saper raccogliere – e vincere – anche la sfida della valorizzazione della specificità dei soggetti in campo. Per Netalia questo modello è molto chiaro: siamo un Public Cloud Provider ed abbiamo fatto delle scelte portando la nostra proposta su piattaforma VMware. Ma la tecnologia deve essere invisibile al cliente quando si parla di servizi: nascondere la complessità è il ruolo di un Cloud Provider e ora più che mai il piano che si sta delineando deve astrarre dalla complessità per mettere insieme le soluzioni che già esistono nel nostro Paese.

Ma l’Italia è pronta alla sfida cloud?

Anche qui è necessario sgombrare il campo da alcune narrazioni mainstream. Abbiamo sentito dire per anni che l’Italia ha un gap tecnologico con altri Paesi ma non è così: le tecnologie ci sono e sono mature, il nodo vero è l’assenza di una governance in grado di sfruttare le potenzialità delle aziende che sviluppano servizi, che poi sono quelle che generano il “vero” valore. E che, al contempo, riconosca che la presenza di aziende che realizzano infrastrutture è un “nice to have”, non indispensabile per vincere la partita. Sono comunque asset che si possono comprare. Una governance efficace dovrebbe dare priorità ai servizi invece che alle infrastrutture. Questo, sì, è mancato. Così come sono mancate le competenze. E questo skill gap, insieme a una governance finora assente, rischia di non far raggiungere all’Italia l’obiettivo del cloud nazionale che ha come dead line il 2025.

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