LA RICERCA

Data governance, aziende impreparate: una su tre non ha figure dedicate

I dati del report Denodo: in Italia le società iniziano a valutare l’approccio self service all’uso dei dati, anche se la gestione rimane di competenze dell’IT e non di un Chief officer ad hoc, di cui si serve soltanto il 20% delle imprese

Pubblicato il 06 Lug 2021

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Man mano che gli ecosistemi di dati diventano più complessi emerge la necessità di figure professionali specializzate e dedicate alla data gevornance, ma nonostante questo il 29% delle aziende in Italia dichiara di non avere ancora una persona che si occupi specificamente di questo ambito. A evidenziarlo è una recente ricerca realizzata da Denodo, società specializzata nella data virtualization, in collaborazione con Ikn Italy. Lo studio evidenzia inoltre che, anche nelle realtà in cui è prevista una persona che si occupa di Data Governance, nella maggior parte dei casi questa funzione è svolta da figure senza una formazione specifica, come il Chief Information Officer (26% del campione totale), considerata la più affine al ruolo, e il Chief Architect (3%). Solo il 19% del campione dice di avere nel proprio organico un vero e proprio Chief Data Officer, mentre il 23% degli intervistati ha indicato come responsabile una figura ancora diversa.

Avere una persona capace di occuparsi di Data Governance – secondo i risultati della ricerca – può aiutare le aziende a perseguire diversi obiettivi, in particolare a prendere decisioni sempre più accurate grazie a un’elevata qualità dei dati (19%), a facilitare la delivery delle informazioni e sostenere il loro uso con un approccio Self-Service (19%), a integrare in modo più agile tutte le informazioni distribuite, e spesso disperse, nei diversi sistemi al fine di migliorarne l’accesso e l’utilizzo (18%).

Ma dall’altro lato esistono problematiche riscontrabili in termini di Data Governance che un Chief Data Officer contribuirebbe a eliminare, come i lunghi tempi di attesa per il Business prima di avere a disposizione i dati richiesti (23%), la dispersione dei dati e il loro isolamento all’interno delle diverse strutture aziendali (19%), la sicurezza dei dati e privacy delle informazioni e alla mancanza di un unico punto di accesso alle stesse, indicati come rilevanti dal 13% degli intervistati.

L’84% delle aziende ritiene che la varietà delle fonti di dati influisca negativamente sulla qualità dell’analisi e, allo stesso tempo, che le aree in cui sono maggiormente necessari dati di alta qualità siano quelle legate ai clienti (25%), alle operazioni aziendali (24%) e alle vendite (20%), dove la qualità è necessaria per un corretto forecasting e per definire la strategia sul mercato. Consapevoli di questo, il 61% delle aziende sta valutando l’adozione di tecnologie di data virtualization per risolvere le sfide aziendali inerenti all’integrazione e gestione del patrimonio informativo. “La virtualizzazione dei dati, infatti – spiega Denodo –  può dare un eccellente contributo, rappresentando non solo un punto unico di accesso ai dati, ma anche il luogo dove questi possono essere modellati e messi a disposizione di chi li deve utilizzare, consentendo di raggiungere una sorta di ordine complessivo che va a beneficio del concetto stesso di qualità”.

In questo contesto si inserisce il cosiddetto approccio Self-Service all’uso e al consumo dei dati, che sembra essere ormai una realtà consolidata, anche se nella maggior parte dei casi (65%) l’IT mantiene comunque un ruolo di supervisione importante. Solamente nel 19% dei casi le aziende adottano un Self-Service completo, dove il business opera in piena autonomia. Nel 16% dei casi, invece, il business dipende ancora totalmente dall’IT per la preparazione dei report o di altre aggregazioni e sintesi dei dati.

Anche l’utilizzo di Data Lake, ovvero repository centralizzati che consentono di archiviare grandi quantità di dati nel loro formato nativo seppur provenienti da fonti diversificate, non è ancora molto diffuso nelle aziende italiane, tanto che oltre un terzo delle organizzazioni (39%) non ne possiede. Se il 26% delle aziende dispone di un Data Lake nel Cloud, il 22% ne ha uno On-Premise, mentre il restante 13% preferisce una soluzione ibrida.

Molto più successo riscontra invece la gestione dei dati nel cloud, verso cui i timori paiono essersi mitigati: più di 4 aziende su 5 (84%) affermano infatti di avere in corso un’iniziativa Cloud. Di queste, però, solo il 29% indica di avere più della metà dei propri dati nel Cloud, a conferma che la migrazione è un percorso ancora nelle fasi iniziali ma destinato a crescere.

“Nell’era della Data-Driven Transformation, le decisioni aziendali a tutti i livelli devono essere guidate dagli insight che si generano grazie al proprio patrimonio informativo. Questo richiede necessariamente una democratizzazione nell’accesso ai dati, nonché la capacità di fornire le giuste informazioni a diverse tipologie di utenti, garantendo al contempo sicurezza e governance – afferma Gabriele Obino, Regional VP Sales Southern Europe & Middle East di Denodo – La mission di Denodo è far sì che le aziende possano concentrarsi sui loro obiettivi di business e su come generare maggior valore per i propri clienti finali, senza preoccupazioni legate alla gestione dei dati. Devono, cioè, essere in grado di accedere immediatamente e facilmente a tutti i dati di cui hanno bisogno, indipendentemente dalla loro localizzazione, dal formato, dalla loro complessità tecnologica, sintattica e semantica. La virtualizzazione dei dati offre quindi maggiore autonomia e semplicità nell’utilizzo delle informazioni, consentendo in ultima analisi un più rapido ritorno dell’investimento”.

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