IL CONVEGNO OLD VS NEW ECONOMY?

Italia digitale, i player del mercato: “Parola d’ordine execution”

Aziende digital native e imprese nate nella “old” economy a confronto al convegno di CorCom “Old vs New economy?”. Per crescere bisogna tenere il passo con l’evoluzione tecnologica, fare sistema e formare nuove competenze. Ma gli scogli più grossi sul cammino restano la burocrazia e la lentezza dei decreti attuativi

Pubblicato il 04 Dic 2014

“Quello che l’innovazione digitale può fare”: questo il tema al centro della Tavola Rotonda che si è tenuta all’interno del convegno convegno “Old vs New Economy? No, solo economia digitale! La rivoluzione che sta cambiando l’Italia” organizzato dal CorCom. A confronto i punti di vista di diversi player sul mercato italiano, tra imprese “nuove” che, come start-up digitali, hanno portato innovazione nei loro settori tradizionali, e imprese “tradizionali”, che il digitale ha portato però a un ripensamento e trasformazione del business in chiave new economy.

Fabio Cannavale, Chairman, Bravofly Rumbo Group:Bravofly è un’azienda nuova che ha sempre puntato sull’innovazione, fondando Volagratis 10 anni fa e andando a soddisfare la domanda espressa dai consumatori. Ma l’innovazione è fondamentale per le aziende della nuova come della ‘vecchia’ economy. Smettere di innovare è fatale, come dimostra il caso Nokia, che pure è stata pioniere nel mondo mobile. Per noi il focus deve restare il consumatore finale: il business model di successo oggi per le start-up è soddisfare le esigenze espresse dai consumatori. Per esempio noi stiamo investendo nel mobile: la maggior parte degli utenti chiede di poter accedere ai servizi online da piattaforma mobile”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “Fare sistema”.

Vito Perrone, Senior Director Ecommerce, Venere-Expedia: “Il mondo travel è stato rivoluzionato da online e mobile. Il mercato dell’online travel non esisteva 20 anni fa e oggi ha una penetrazione del 48%; i giovani non sanno nemmeno che cosa voglia dire prenotare un albergo senza usare Internet. Noi di Expedia ci concentriamo sia sull’esperienza dell’utente sia sulla relazione con i fornitori, ovvero gli albergatori e gli esercenti e investiamo per offrire loro strumenti online di promozione e miglioramento del servizio, per aumentare la loro redditività”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “Muoverci come nazione”.

Stefano Portu, Founder, DoveConviene: “Nella nuova economia molte abitudini dei consumatori si trasferiscono dal mondo fisico a quello online. Anche quella dei volantini pubblicitari, che sono un mercato ancora enorme, con 20 milioni di italiani che legge i volantini prima di fare acquisti. Tante abitudini di massa – consultare mappe, guardare Tv, film, giornali – stanno migrando su digitale e su mobile e questo è il trend da cavalcare. Anche il fenomeno delle start-up è maturato in Italia: oggi le start-up mirano a realizzare servizi rivolti al grande pubblico. Questo segna il vero ingresso nella new economy, quando non si digitalizzano settori isolati dell’economia, ma interi settori produttivi e abitudini di consumo”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “Agire sull’esperienza quotidiana dei consumatori portandola nel digitale”.

Marco Barra Caracciolo, Head of Ict Italy, Enel: “Il digitale è diventato il pilastro anche delle grandi utility. Enel non è più solo un’azienda dell’energia ma dell’informatica perché non potrebbe operare senza i sistemi It. Abbiamo investito molto in digitale, multicanalità, mobile e nuove competenze e la sfida è continuare a tenere il passo con le evoluzioni della tecnologia, che sono sempre più veloci, ridisegnando processi e servizi per il cliente. Anche i fornitori elle utility sono chiamati a partecipare a questo processo e ad abbracciare il cambiamento”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “Dare servizi digitali ai cittadini creando valore e semplificazione”.

Roberto Ferrari, Direttore Generale, CheBanca!: “Il sistema bancario è ancora percepito come old economy ma CheBanca! ha cercato di entrare da subito come attore nuovo, offrendo servizi evoluti. Il mobile offre all’Italia un’importante occasione di superare il ritardo digitale, anche nell’adozione dei servizi finanziari, e di fare un ‘salto quantico’, visto che le connessioni mobili già superano quelle da desktop. Se gli italiani hanno a disposizione servizi utili e facili da usare, li adottano velocemente, non sono gli italiani ad essere arretrati ma il sistema-Paese, ancora frenato dalla burocrazia e dalla frammentazione dei sistemi”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “L’execution dei progetti è la chiave, la capacità di agire velocemente”.

Pierluigi Simonetta, Consigliere delegato, Qui Group e AD, Paybay: “Con Paybay abbiamo rivoluzionato il modo di relazionarci con gli esercenti e gli utenti finali, digitalizzando pagamenti e servizi e portando il servizio dei buoni-pasto nella new economy. Per farlo è imperativo cambiare la proposition verso il mercato mettendo il cliente al centro delle strategie. Il cliente chiede servizi semplici e convenienti, va dove trova operazioni veloci e ottiene un vantaggio dall’uso di un certo servizio. Anche per questo noi abbiamo fatto grandi investimenti nell’interfaccia utente. Ma curiamo anche un costante rapporto con le università per trovare talenti per il nostro team digitale”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “Occorre definire una strategia nazionale: lavoriamo a tante iniziative ma i servizi devono essere interoperabili e avere una regia unica”.

Luigi Capello, CEO, LVenture Group e fondatore Luiss Enlabs: “Le competenze digitali sono il fulcro della new economy e noi come Luiss Enlabs andiamo in cerca di idee e progetti nuovi sul mercato ma cerchiamo anche di formare nuove competenze, perché il mercato le richiede e fatica a trovarle. Come LVenture siamo tra i pochissimi capitalisti di ventura e puntiamo a trovare le start-up più promettenti da lanciare sul mercato e mettere in contatto con le grandi corporation che sono sempre alla ricerca di innovazione per mantenere il loro business al passo con l’economia digitale”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “Occorre superare i vecchi modi di pensare da old economy”.

Carlo Maiocchi, Corporate Division Director, SIA: “Il mondo bancario ha innovato in Italia e offre oggi servizi al passo con l’evoluzione tecnologica e le richieste di mercato. Il nostro focus fondamentale non è solo la user experience ma anche la sicurezza: è questo che chiede l’utente finale, sia in termini di tecnologie (password robuste, token, ecc.) sia in termini di assistenza post-vendita. La grande sfida è restare sempre al passo con le evoluzioni della tecnologia e della domanda, ma anche l’Italia esprime molte eccellenze, da CheBanca! a Enel, non guardiamo solo alle grandi esperienze d’oltreoceano”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “L’Italia deve vincere la frammentazione tecnologica e culturale e creare più concorrenza”.

Fabio Spoletini, Country Leader, Oracle Italia: “Insieme al fenomeno del digitale è emerso quello dei Big Data generando una grande onda d’urto e la sfida per le aziende è tirarne fuori informazioni utili e analizzabili; il vero focus sono dunque le tecnologie per i Big Data che permettono di analizzare i fenomeni dentro l’azienda e di trarne informazioni che servono a prendere decisioni di business. Le aziende avranno bisogno sempre più di queste tecnologie, che aziende come Oracle offrono: sono strumenti che il business può usare per mettere a frutto il patrimonio dei dati. Anche il cloud è un paradigma rivoluzionario perché democratizza l’It: ora anche le start-up possono accedere a strumenti prima appannaggio delle grandi aziende. L’innovazione ne è favorita”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “Avere un piano esecutivo con delle priorità; ci vogliono meno politici e più esperti”.

Carlo Tagliaferri, Presidente, Selta: “Le start-up oggi possono essere create in tempi molto veloci e innovazione e velocità sono i fattori qualificanti per fare business nella nuova economy. Anche nelle reti la velocità è aumentata enormemente ma quello che va sottolineato è che nella digital economy l’Ict non è più un fenomeno verticale di settore, ma un fenomeno orizzontale capace di generare innovazione in tutta una serie di industrie anche tradizionali. Le reti sono chiamate a portare i servizi con velocità ma anche con qualità: questo è un aspetto che non va trascurato”. Che cosa manca all’Italia per entrare nella digital economy? “L’Italia deve accelerare sulla formazione delle competenze e sugli investimenti in rinnovamento dei processi”.

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