CLOUD

Scatta l’ora dei fablab, così il digitale aiuta la creatività

I laboratori di fabbricazione digitale stanno “seducendo” imprese di ogni dimensione dalle Pmi alle multinazionali. In Italia boom nelle grandi città, arranca il Sud

Pubblicato il 26 Gen 2017

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Si candidano a diventare i laboratori delle nuove industrie 4.0, le officine creative dove già oggi si possono realizzare prototipi in 5 minuti e oggetti di consumo di ogni tipo: protesi dentarie, sedie, gioielli, ma anche pezzi di ricambio di aerei e automobili e tanto altro. Il tutto grazie a sofisticati macchinari tecnologici come la stampa e la fresa 3d, che sulla base di progetti realizzati completamente in digitale, riescono a riprodurre qualsiasi manufatto, con evidenti vantaggi in termini di tempo e precisione rispetto ai metodi tradizionali. Benvenuti nei fablab: i laboratori di fabbricazione digitale. Nati da un’intuizione di Neil Gershenfeld, professore al Mit di Boston, negli ultimi tre anni risultano nettamente in crescita anche nel Bel Paese. Secondo un recente studio del Censis, “Dallo smontaggio della città fabbrica alla nuova manifattura urbana”, al 2016 in Italia se ne contavano di attivi ben 115. La parte del leone, nella classifica, la fanno le grandi città: Milano, Roma, Bologna, Napoli. Non mancano, poi, le eccellenze anche nelle province più piccole. Un buon piazzamento se lo aggiudicano Modena e Treviso. Completamente privi di fablab risultano essere invece 36 comuni, di cui la gran parte localizzati nel Centro e del Sud Italia.

Seppur non ancora giunto a una fase di consolidamento, il fenomeno sta suscitando l’interesse della piccola media impresa italiana, nonché delle multinazionali. Alcune di queste cominciano a rivolgersi a ai fablab per realizzare progetti, prototipi e sperimentare idee. O anche per imparare a utilizzare Arduino, la scheda di prototipazione hardware che abilita la fabbricazione digitale. A metà strada tra start up innovative e luoghi dell’associazionismo dove si condividono le conoscenze e gli strumenti di fabbricazione digitale sul modello della sharing economy, questi laboratori sono in cerca di una loro identità. Qui oggi non solo si mettono a disposizione a titolo quasi gratuito di makers, studenti, e imprenditori i macchinari di stampa 3d, ma si fanno anche consulenze alle imprese e si fabbricano prodotti just in time o prototipi su commissione. Alle porte del The Fablab di Milano, per esempio, hanno recentemente bussato Luxottica, Marelli, Marcolin e Citroen. “I primi nostri clienti sono stati le multinazionali che ci hanno chiesto prototipi e consulenze”, spiega Massimo Temporelli, Presidente del The Fablab di Milano, “il nostro target è poi composto da maker, professionisti del design e architetti, mentre per ora ci arrivano poche richieste da artigiani e piccole medie imprese”.

Ma i titolari dei fablab confidano nel piano del Governo che prevede fino al 2024 13 miliardi d’incentivi per le aziende che digitalizzeranno i loro processi di produzione.

Secondo alcuni, questi luoghi potranno essere il supporto strategico dell’industria 4.0. L’ambizione dei fablab nostrani è, insomma, quella di diventare dei centri di sviluppo specializzato rivolti alle aziende, “dove ormai si fa sempre meno ricerca e sviluppo, anche in conseguenza della crisi”, sottolinea Temporelli. Detto in altre parole: dei poli di progettazione in outsourcing che possano aiutare il settore manifatturiero nella sua transizione al digitale. Alcuni lo stanno già facendo, come ad esempio MakeinBo, il fablab di Bologna inserito nel cuore industriale della città. “Siamo di supporto a molto artigiani del territorio e creiamo dei volumi interessanti”, rivela il presidente Andrea Sartori. Le iniziative sono prevalentemente private e sono finanziate autonomamente, con marginale apporto dell’imprenditoria e degli enti locali. Ma ci sono delle eccezioni. Nel Lazio, ad esempio, è stata la Regione a sostenere con un milione di euro, attraverso il piano operativo regionale, i cinque fablab presenti sul suo territorio a Roma, Bracciano, Viterbo, Latina e Rieti.

Certo le incognite sul futuro di questi laboratori di fabbricazione digitale sono molte. Considerato che il mercato delle stampanti 3d cresce a un ritmo del 30-40% annuo, non si esclude che nel giro di poco tempo anche le aziende potrebbero dotarsi della tecnologia e delle competenze adatte per fabbricare digitalmente in proprio, di fatto vanificando l’attività dei fablab. Intanto però, secondo Giovanni Miragliotta, Condirettore dell’Osservatorio industria 4.0 del Politecnico di Milano, questi laboratori hanno già un merito: quello di sensibilizzare al tema del cloud manifatcuring, la nuova frontiera dell’industria 4.0. “Con la stampa 3d, oltre alla mera tecnologia di processo, cambia il modello di produzione: si separa ulteriormente la fase progettuale da quella esecutiva e questo porta una serie di vantaggi in termini di rapidità e di personalizzazione nella fattura dei prodotti”. Adesso bisognerà solo vedere se l’industria italiana sarà pronta a cogliere questa opportunità.

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