“Così il digitale può contribuire a cambiare l’Italia”

Luca Attias intervista per CorCom Maurizio Matteo Dècina, autore di “Digital divide ed impera”. Il libro, esaurito nella versione cartacea, è ora scaricabile in formato elettronico nel nostro sito

Pubblicato il 27 Ott 2016

Luca Attias

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Esaurito nella versione cartacea pubblicata da Editori Riuniti, il saggio di Maurizio Matteo Dècina «Digital Divide et Impera» è ora disponibile nella versione digitale (clicca qui per scaricare il Pdf). Al volume, che esamina i ritardi e le carenze dell’ICT in Italia ed in particolare nella pubblica amministrazione, hanno collaborato Luca Attias, direttore dei sistemi informativi della Corte dei Conti, e Francesco Vatalaro, professore ordinario di Telecomunicazioni all’Università di Roma Tor Vergata cui si deve la postfazione. In occasione dell’uscita della versione digitale, Luca Attias ha intervistato per CorCom l’autore.

Nel libro un’attenzione particolare è dedicata al “caso Roma”. Quali credi siano le maggiori priorità per la Giunta Capitolina?

Ritengo che la priorità immediata sia la razionalizzazione delle informazioni economiche e finanziarie al fine di capire e comprendere i flussi di cassa del Comune. Attualmente non è presente neppure un bilancio nel vero senso della parola. Figuriamoci se pubblicato in rete. Esistono tutta una serie di documenti pubblicati in passato, il cui unico scopo è forse quello di distogliere l’attenzione ritardando la lettura dei pochissimi dati presenti. Occorre immediatamente una «merchant bank etica» che riorganizzi tutti gli strumenti di lavoro. Ma quali Big Data o Open Data! Qui non ci sono neanche i Data.

Il problema è abbastanza generale, anche se abnorme. Dal punto di vista puramente ICT quali sono gli step obbligati?

La condivisione del sapere potrà configurarsi come un vero e proprio freno alla dilagante corruzione. Effettivamente, la logica del web 2.0 dovrebbe essere estesa anche ai processi di acquisto, analisi e monitoraggio delle risorse di una città.

Si pensi a cosa succederebbe se i 2,8 miliardi di spese esterne di Roma per l’acquisto di beni e servizi (130 miliardi per le PA italiane) passasse attraverso sistemi di e-Procurement. Oggi la percentuale media che utilizza queste piattaforme non supera il 10%. Inutile sottolineare le perdite. Attraverso meccanismi concorrenziali i costi potrebbero scendere anche del 50%. Per non citare i software preventivi contro la corruzione che attingono ai Big Data.

Social network e processi on line sono solo una provocazione?

Potrebbe essere. Ma pensiamo ai risultati in procedimenti civili, amministrativi o penali con oggetto lo «spolpamento» delle risorse ai danni dello Stato. Bisogna però fare attenzione che queste istituzioni democratiche non degenerino in istituzioni oclocratiche per rifarsi al greco «ὅχλος», massa incolta. Una delle forme di degenerazione del governo descritta da Platone nella «Repubblica».

Cosa fare per rendere la città più caotica d’Italia una vera smart city?

L’etica è il fattore abilitante. Ma non l’unico poiché senza adeguate competenze non ci può essere uno sviluppo equilibrato.Dal punto di vista tecnologico uno degli approcci migliori alle Smart City mi sembra quello proposto da E&Y. In esso si distinguono in maniera scalare 4 diversi gradini: infrastrutture, sensori, piattaforme e finalmente servizi. Dal 2014 al 2016 Roma ha perso 5 posizioni nella classifica delle città più “intelligenti” dimostrando la sua inadeguatezza sul lato infrastrutturale. Ovvero, alla sua base. Tutte e quattro le componenti sono importanti poiché i servizi non sono altro che il risultato finale di una architettura razionale. Al riguardo appaiono interessanti le riflessioni fatte sulla dispersione dei data center e sul numero esorbitante delle centrali di spesa. Occorre attuare immediatamente un piano di razionalizzazione.

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