Gli effetti della crisi dei microchip continuano a inasprirsi, e le conseguenze sono sempre più tangibili anche in Italia, dove le prospettive legate alle ripercussioni della guerra ucraina non migliorano di certo lo scenario.
Lo stop di Melfi
Dopo gli stop di Cassino e Mirafiori, lo stabilimento Stellantis di Melfi chiuderà la prossima settimana, fino al 14 marzo. È questa la decisione comunicata al termine dell’incontro dell’azienda con i sindacati per l’esame congiunto della cassa integrazione all’impianto in vigore dal 26 febbraio al 13 marzo.
Più precisamente, la Fiom Cgil Basilicata fa sapere che “la prossima settimana è prevista la chiusura dell’impianto per il perdurare delle difficoltà di approvvigionamento delle centraline motore. È stata confermata la garanzia della maturazione dei ratei. Nei prossimi giorni sono previsti ulteriori incontri per la gestione della seconda parte del mese”.
Le conseguenze a lungo termine
I sindacati sono in allarme anche perché il perdurare del conflitto potrebbe portare a blocchi ancora più pesanti, come del resto è già successo in Germania, dove alcuni stabilimenti si sono dovuti fermare per il mancato approvvigionamento di cablaggi elettrici dall’Ucraina. Rispetto alle forniture di microchip, in realtà, la situazione dovrebbe essere sotto controllo, almeno nel breve termine, in quanto negli ultimi mesi i grandi produttori hanno già cominciato a diversificare le fonti di approvvigionamento delle componenti e ampliato le scorte in magazzino. Tuttavia, nel lungo periodo, c’è chi teme ripercussioni legate per l’appunto all’acquisto di alcune materie prime chiave.
L’Ucraina, per esempio, è – o per meglio dire era – responsabile per oltre il 90% delle forniture negli Usa di gas neon, indispensabile per produrre semiconduttori. Mentre, sempre negli Stati Uniti, il 35% del palladio usato dalle fabbriche per la realizzazione di chip di memoria e sensori arriva dalla Russia.
La produzione di neon e altri gas da parte di Cryoin, azienda con sede a Odessa, si è per esempio fermata non appena è iniziata l’invasione, privando così società europee, giapponesi, coreane e cinesi, ma soprattutto americane, delle forniture necessarie alla lavorazione dei semiconduttori. In uno scenario in continua evoluzione, una sola cosa è certa: una nuova pressione sulla supply chain di questi materiali, la cui disponibilità non è elevata, porterà a un inevitabile aumento dei prezzi dell’intera filiera e, a cascata, dei chip.