LE STIME OCSE

Dalla digital tax 100 miliardi di gettito l’anno

Due i pilastri della riforma: il primo regola il diritto di imposizione fiscale non solo in funzione della presenza fisica delle società sui territori nazionali, ma anche in base alle attività realizzate. Il secondo fissa un livello minimo di imposizione pari al 12,5% per ridurre la concorrenza fiscale tra Stati. Ma sull’accordo pesa l’opposizione degli Usa

Pubblicato il 14 Feb 2020

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La riforma della tassazione sugli utili dei colossi multinazionali, in particolare del settore digitale, proposta dall’Ocse, potrebbe generare nel suo insieme fino al 4% in piu’ di entrate da imposte, pari a 100 miliardi di dollari l’anno. Le stime sono della stessa organizzazione, secondo cui gli introiti supplementari sarebbero simili per i Paesi ad alto, medio e basso reddito quale quota delle entrate da tasse sulle imprese.

Secondo gli economisti dell’Ocse, riducendo i differenziali di aliquota tra le giurisdizioni, la riforma dovrebbe portare a una significativa riduzione del trasferimento degli utili da parte delle multinazionali nei paradisi fiscali. Più della metà degli utili riallocati verrebbero da 100 grandi gruppi multinazionali.

L’analisi è stata diffusa sulla scia dell’accordo raggiunto a fine gennaio in sede Ocse da 137 Paesi – impegnati da anni nelle trattative sulla tassazione delle multinazionali e in particolare sul tema della webtax – di arrivare a un’intesa entro la fine del 2020, anche se l’approccio degli Stati Uniti potrebbe ostacolare il risultato del negoziato.

Gli Usa infatti hanno proposto di introdurre nell’accordo una condizione, definita “safe harbour”, che potrebbe portare al principio di opzionalità della tassazione, permettendo quindi ai colossi digitali di non sottoporsi alla nuova tassa.

La riforma in cantiere

La riforma a cui sta lavorando l’Ocse si basa su due pilastri: il primo mira a distribuire il diritto di imposizione sulle società non solo in funzione della presenza fisica delle società sui territori nazionali, ma in base all’attività che realizzano in tali territori. Questo permetterebbe a numerosi Stati di tassare i giganti della rete, come Google, Amazon, Facebook e Apple.

Il secondo pilastro consiste invece nel fissare un livello minimo di imposizione pari al 12,5% per ridurre la concorrenza fiscale tra Stati ed evitare il “trasloco” degli utili societari presso filiali in Paesi con bassa tassazione.

La riforma porterebbe  a una “significativa riduzione” del profit shifting verso paradisi fiscali o comunque Paesi accomodanti sul tema della tassazione. Se non si raggiungerà una soluzione basata sul consenso – avverte l’Organizzazione – si arriverebbe a nuove misure unilaterali e a una maggiore incertezza e anche a tensioni commerciali.

Le riforme determinerebbero un piccolo aumento degli introiti da tassazione per la maggior parte delle economie, ma sarebbero i Paesi a basso e medio reddito, che finora hanno risentito maggiormente del prift shifting, a guadagnare relativamente di più . I cosiddetti “hub” di investimenti  – sono i Paesi in cui le web company hanno sede fiscale pur non realizzando lì la maggior parte delle attività – “subirebbero una perdita moderata di introiti fiscali”.

Le prossime tappe dell’iter del negoziato sulla tassazione delle multinazionali, che in sostanza riguarda in primis la web tax, sarà il summit dei ministri delle Finanze del G20 a Riyad il 22-23 febbraio. Il primo e il due luglio ci sarà una riunione a Berlino sotto l’egida dell’Ocse, cui seguirà un altro summit del G20 il 18-19 luglio sempre a Riyad. Per il 21-22 novembre è invece in agenda il summit dei leader del G20, appuntamento che sarà essenziale per la sigla di un accordo.

Il pressing dell’Europa

In vista del summit di Riyad il 22-23 febbraio, l’Europa va in pressing sul G20 perché un accordo globale sulla tassazione dei big del web sia raggiunto entro l’anno.

“Dobbiamo dare massima priorità a soluzioni globali per la tassazione dell’economia digitale e per risolvere il problema del profit shifting – si legge in un documento che delinea la posizione degli Stati membri, compresa la Gran Bretagna che però ha lasciato l’Unione il mese scorso – Attendiamo con impazienza soluzioni ambiziose, eque, efficaci, non discriminatorie e praticabili. Per questo motivo raddoppieremo gli sforzi per raggiungere questo obiettivo entro l’anno”.

L’Europa è da tempo impegnata a rivedere il sistema di tassazione per fare in modo che le big tech paghino le tasse laddove vendono i loro servizi piuttosto che in Paesi con regimi fiscali agevolati o addirittura in paradisi fiscali. Una strategia, questa, che la Ue definisce “ottimizzazione fiscale aggressiva”. In attesa di soluzioni a livello Ocse alcuni Stati europei come la Francia e l’Italia hanno introdotto imposte digitali.

L’endorsement di Mark Zuckerberg

Il ceo di Facebook appoggia la riforma Ocse. “Capisco che ci sia frustrazione per il modo in cui le società tecnologiche sono tassate in Europa – ha detto in occasione di un evento a Monaco – Ma serve una riforma fiscale e sono lieto che l’Ocse ci stia lavorando.Vogliamo chelo l’impegno dell’Ocse vada a buon fine in modo da avere un sistema fiscale stabile e affidabile per il futuro. Anche se questo significa o pagare più tasse e pagarle in luoghi diversi in un nuovo quadro”.

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