DATA PROTECTION

Datagate, in Italia ci sono scheletri nell’armadio?

In gioco non c’è solo la nostra sovranità nazionale, ma la nostra personale libertà. Eppure in Italia il Governo si è mosso poco: qualcuno nasconde qualcosa? O addirittura, ha agito a danno dei suoi concittadini?

Pubblicato il 17 Mar 2014

Quando si cominciò a parlare del caso Datagate alcuni dissero, tra questi chi scrive, che la cosa probabilmente non era limitata agli Stati Uniti e non riguardava esclusivamente le conversazioni telefoniche, ma anche il traffico su internet. Questa ipotesi non solo è stata confermata dagli sviluppi recenti, ma addirittura si configura ben più ampia, superando le più pessimistiche previsioni.

Una sistematica e dettagliata attività di spionaggio dei cittadini di molti paesi è stata ed è attuata dalla principale agenzia di intelligence americana, la Nsa. Motivazioni di sicurezza contro il terrorismo coprono quella che passerà alla storia come una delle principali manifestazioni di violazione delle libertà individuali.

Il saccheggio della nostra riservatezza, dei nostri dati, delle nostre idee, che tanto si esprimono ormai attraverso la rete, riguarda probabilmente anche milioni di italiani. Insomma una questione enorme che però fino ad ora, nonostante le pesanti conferme, non ha suscitato il dovuto allarme. Il nostro Governo si è mosso poco, comunque meno di Francia o Germania tanto per fare qualche esempio. La Merkel è addirittura arrivata ad ipotizzare una rete internet indipendente e più protetta dagli attacchi spionistici americani. Ora si scopre, come rivela Edward Snowden, che la National Security Agency americana ha fatto pressioni sui paesi membri dell’Unione europea per modificare le loro leggi così da rendere possibile lo spionaggio di massa. La Nsa “non solo permette e guida ma condivide alcuni sistemi di sorveglianza di massa” con i paesi Ue. Il gigantesco tema della tutela della nostra riservatezza imporrebbe dunque che qualcuno prima o poi sbarri il passo agli spioni della rete.

Invece i nostri solerti politici sono tutti presi dal demonizzare la rete, dipinta come il centro delle nefandezze del mondo. Gli americani per parte loro ci fanno sapere di stare tranquilli perché quello che hanno fatto serve anche proteggerci. Da chi? Dai terroristi? Cosa ci stanno a fare dunque le nostre forze di polizia e la nostra intelligence, che forse saranno un po’ irritate da queste sbrigative giustificazione. La questione è grave e va trattata con la forza necessaria e non con i pannicelli caldi di chi non vuol disturbare il manovratore oltre oceano.

A meno che qualcuno anche in Italia fosse a conoscenza o abbia paura per qualche scheletro nell’armadio o peggio abbia fatto qualcosa di analogo a danno dei suoi concittadini.

In gioco infatti non c’è solo la nostra sovranità nazionale, ma la nostra personale libertà. Intanto altri ci pensano al posto nostro. Se l’Unione Europea intende procedere ad una riforma della gestione tecnico-amministrativa del web che porti ad una maggiore sicurezza e alla globalizzazione delle funzioni già svolte da Icann e Iana, oltre al rafforzamento del ruolo globale dell’Internet Governance Forum, l’istituzione di un Global Internet Policy Observatory per la creazione di politiche di rete trasparenti, c’è anche chi nelle prossime settimane, in occasione della ripresa del negoziato sul Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’accordo di libero commercio tra Usa e Europa, tenterà di mantenere le parti care ai giganti della rete, da sempre interessati ad indebolire le normative europee di protezione dei dati personali per ridurli al livello quasi inesistente degli Stati Uniti, autorizzando in questo modo un accesso incontrastato alla privacy dei cittadini da parte delle imprese private.

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