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Digital single market, diritto d’autore banco di prova

Riuscirà Bruxelles a conciliare gli interessi dell’industria europea con i nuovi scenari tecnologici? Il mercato unico digitale vale oltre 415 miliardi annui ma restano i vincoli per le opere soggette al copyright

Pubblicato il 20 Lug 2016

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Uno alla volta, l’Europa abbatte i confini geografici per far posto entro il 2020 al Mercato unico digitale. Meno barriere, più norme e standard comuni, flussi senza soluzione di continuità per la circolazione delle merci fra Stati nel Vecchio continente che si avvia a porre le basi dell’economia “all digital”. I primi step sono contenuti nella proposta di fine maggio della Commissione Ue guidata da Jean-Claude Juncker. Si stima che un mercato unito anche per il digitale potrebbe creare 415 miliardi di euro l’anno aggiuntivi al Pil dell’Unione: un punto d’arrivo per il quale si valuta valga la pena sfidare ostacoli industriali e politici. “Presto – dice Frost & Sullivan – vedremo più commercio elettronico, prezzi più equi, maggiore mobilità e una scelta più ampia per 500 milioni di europei”.

Ma c’è uno zoccolo duro, il settore delle merci immateriali: partite di calcio, film, musica, serie, programmi Tv sono destinati a rimanere ancora a lungo sorvegliati speciali nella “liberalizzazione” dell’e-commerce. Per loro non c’è posto nel mercato unico, per il momento. E sì che il gap è notevole: la media di disponibilità di film europei online nei differenti Paesi è del 19%.

Su questo fronte, ha riconosciuto lo stesso commissario Ue Andrus Ansip, “c’è stato un compromesso”: è l’ammissione di una guerra in corso. Contrariamente a quanto aveva auspicato lui stesso nel 2015 (libera circolazione in Europa delle opere soggette a diritto d’autore) le attuali proposte della Commissione di fatto non tolgono nessun reale vincolo all’accesso di film, musica e calcio attraverso gli Stati. E’ un “compromesso” tra interessi opposti: quello della Germania – preoccupata per l’impatto di Google & Co. sul proprio business domestico -, della Francia che contrasta il rischio di indebolire la protezione delle proprio opere culturali. Ma anche di Hollywood, della Premier League, delle aziende europee. Di tutta l’industria che basa il proprio business sullo sfruttamento intensivo del diritto d’autore. Che è per Dna un sistema tradizionalmente poggiato sulla territorialità. In conflitto, cioè, con la natura “mondiale” di Internet. Un diritto “antico”: “La maggior parte delle norme in materia– – dice Bruxelles – risale al 2001 e pertanto, sotto molti aspetti, non idonee per la creazione di un mercato unico digitale nell’Ue. La modernizzazione del diritto d’autore è dunque tra gli obiettivi della strategia per il mercato unico digitale”. Ma non sarà facile: l’abolizione dei confini “geografici” e una riforma del copyright fanno paura ai detentori di copyright che temono l’erosione dello sfruttamento dei diritti esclusivi territoriali.

La vicenda italiana della Siae, costretta a fare i conti con un mercato delle collecting agency che va liberalizzandosi, la dice lunga sul terremoto che il digitale sta innescando. Fra le proposte sul tavolo per trasformare il diritto d’autore garantendo una maggiore protezione ai detentori minori di diritti, anche quella di mettere al centro della transazione i dati personali, come fossero moneta contante. Una dinamica che potrebbe dare ai consumatori europei più diritti nei rapporti con i servizi, come è avvenuto con i provider di posta elettronica che hanno compensato i costi raccogliendo i dati dell’utente e proponendo annunci commerciali basati su di essi.

Ma la domanda è: ce la farà Bruxelles a conciliare interessi dell’industria europea con i nuovi scenari tecnologici? A poche settimane dalla decisione di Netflix di stoppare l’uso di Vpn per l’accesso transfrontaliero ai propri contenuti, una nuova, sconosciuta app è intervenuta a sbaragliare ogni picchetto…

Per il momento, quello che Ansip ha incassato è la portabilità dei contenuti. Che ha superato il secondo round di esami europei e che prevede che il consumatore europeo possa vedere i film o la partita acquistati anche mentre si trova all’estero, sia pur “temporaneamente”. La sfida è far diventare legge la portabilità nel 2017, stesso anno dello zero roaming. “Il rischio – dice Enzo Mazza consigliere delegato della Fimi – era che abolendo i blocchi qualcuno potesse acquistare nei Paesi con prezzi più bassi costringendo il fornitore del servizio a introdurre un prezzo unico per tutta l’Europa, danneggiando così i Paesi con poteri d’acquisto più bassi”. Inoltre Netflix ecc, dovranno impegnarsi ad avere in catalogo almeno il 20% di opere europee. E le produzioni europee potranno in certi casi chiedere un finanziamento anche agli Ott, per coprodurre un’opera che poi sarà sfruttata anche da loro. Ma “la cosiddetta portabilità non rispetta quello che era stato promesso – ha detto Julia Reda, del gruppo Verde al parlamento Ue -. Lo zero geoblocking mi faceva pensare che sarebbe scomparsa per sempre la scritta ‘questo video non è disponibile nel tuo paese’. Ecco, una regolazione che non faccia comparire quella scritta ha fallito la sua missione”.

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