Digital transformation: dal mercato segnali di ripresa, ora tocca alla politica

Dal 2015 l’Ict italiano è ripartito (+1%), ma adesso le istituzioni devono mettere in campo azioni in grado di trainare il cambiamento. Serve una progettualità-Paese per banda larga, digitalizzazione della PA e Industria 4.0. L’analisi del presidente di Assinform, Agostino Santoni

Pubblicato il 30 Set 2016

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Il digitale di per sé è sinonimo di crescita e sviluppo, soprattutto per l’Italia che avendo accumulato un ritardo da questo punto di vista, ha maggiori spazi di crescita rispetto ad altri paesi che hanno già realizzato la transformation.

Per fortuna il mercato sembra aver colto questa opportunità e dopo anni di risultati negativi dal 2015 (+1%) c’è stata un’inversione di tendenza e anche se in maniera non ancora sufficiente abbiamo ripreso a crescere a tutto vantaggio dei benefici che l’innovazione digitale comporta per le pubbliche amministrazioni, per le imprese, per i cittadini.

Se oggi cresciamo meno degli altri paesi guida dell’Europa è perché abbiamo un problema di efficienza complessivo e ventennale. Se poi si guarda alle cause, se ne possono indicare molte ma tutte riconducibili alla scarsa efficienza di sistema. Abbiamo imprese che crescono, esportano e animano filiere d’eccellenza, ma ci sono interi comparti e circuiti, troppi – anche nel terziario e nei tanti ambiti professionali che di fatto vivono della complessità amministrativa – che penalizzano il sistema Paese nel suo complesso. Aree grigie che assorbono non solo molte risorse, ma anche una quota consistente di occupazione e per le quali è necessario costruire un cambiamento. Questo dualismo di efficienza, o come viene spesso definita questa “Italia a due velocità”, ci impedisce di mettere assieme i pezzi del puzzle che ci serve per migliorare, o anche solo difendere, la nostra collocazione in un contesto sempre più globalizzato e che si basa sulla competitività dei sistemi paese. E’ essenziale spingere al cambiamento quelle aree grigie per le quali l’orologio evolutivo si è fermato, e in questo non conta solo il segnale dell’’inevitabile contrazione degli spazi di rendita, ma anche, e soprattutto, la capacità di facilitare il cambiamento e di farne percepire la convenienza ai soggetti interessati in termini di prospettive.

PROGETTUALITA’ E DIGITALE: SERVE LA DIMENSIONE POLITICA

E’ questo il punto di partenza della progettualità-paese che ci serve anche quando trattiamo di digitale. Serve fiducia nel cambiamento in tutti i settori e in tutti gli ambiti in sofferenza o che stentano a ripartire. Fare più ricerca, aumentare le dimensioni medie di impresa, focalizzarsi sulle produzioni a maggior valore aggiunto, non è possibile se una parte consistente del sistema, sia nel pubblico che nel privato, frena o si sfila. Il nostro problema non è tecnico. E’ politico. Abbiamo bisogno di una progettualità, che prima ancora di essere fondata su technicalities sia davvero voluta e condivisa.

Per questa progettualità il digitale è essenziale. Lo è perché il digitale è oggi il motore del cambiamento. Le sue potenzialità vanno ben oltre all’efficientamento di modelli dati. Consente di ridefinire tutte le attività e le interazioni sociali ed economiche e di rimodellarle in ragione dei fattori effettivamente disponibili. Ha valenza trasversale e sistemica. E’ ampiamente dimostrato che dà un ritorno a parità di capitale investito superiore rispetto ad altre opzioni. Consente davvero di fare evolvere imprese e professionalità oggi ferme in contesti destinati a scomparire.

UN PROCESSO ANCORA TROPPO LENTO

Sul cosa e il come fare per generare quella progettualità, ormai ci sono già molte idee e sono condivisibili nella gran parte ed in buona parte corrispondono a quelle già evidenziate da Assinform negli ultimi tempi. E’ bene però osservare che la lentezza con cui si sta affrontando il problema della digitalizzazione del paese ci deve indurre ad ulteriori riflessioni. Infatti è ben chiaro che se i ritardi evidenziano limiti di risorse o di competenze o di capacità realizzative, bisogna prenderne atto e concentrarsi sulle priorità, e in particolare su quelle che poi possono più facilmente permettere di recuperare anche negli altri ambiti. Le priorità attengono innanzitutto allo sviluppo accelerato delle infrastrutture digitali in banda larga, delle infrastrutture applicative tipiche della Strategia Digitale, di una politica dell’innovazione in chiave Industry 4.0, delle competenze, da intendersi non solo come competenze tecniche, ma soprattutto come capacità di interpretare e praticare i vantaggi del digitale. Molti di questi ambiti sono già oggetto di ampio dibattito. Qui vale la pena di evidenziare alcuni aspetti non sempre messi in luce.

NON ALLENTARE IL PASSO SULLA STRATEGIA DIGITALE

E’ importante stringere i tempi sui temi chiave della Strategia Digitale e in particolare su quelli che si intrecciano con la digitalizzazione della PA, assegnando priorità:

· a Spid e Italia Login, che sono progetti di valore eccezionale, ma che avanzano ancora troppo lentamente. E’ importante utilizzare tutte le possibili strutture pubbliche per diffondere Spid nel modo più semplice e rapido. È la condizione per far funzionare Italia Login, un progetto senza il quale è inutile parlare di dialogo tra PA e cittadini/imprese ed è impossibile avere un’”Italia Digitale”. Ed è anche una piattaforma di grande valore per molte attività nel privato: può abbattere le barriere d’ingresso ai servizi online e all’e-commerce di un numero enorme di Pmi;

· alle piattaforme verticali di pubblico servizio. Gli sviluppi sui fronti della Giustizia e della Scuola sono incoraggianti, ma non bastano ancora. Su quello della Sanità, pur in fermento, stenta proprio l’Fse, su cui si basa il grosso delle innovazioni future e dell’efficientamento del sistema sanitario (medicina del territorio e teleassistenza). E poi ci sono la cultura e il turismo, sui quali si ritorna più avanti;

· alla sicurezza Informatica, a partire dalla PA per finire ai sistemi di pagamento diffusi permettendo a tutti gli attori del digitale di contribuire e di beneficiare di progressi che hanno valore a livello di sistema;

· alla razionalizzazione dei Data Center pubblici, per evolvere verso il Cloud, dando impulso all’aggiornamento e alla standardizzazione delle applicazioni, e dando accesso ad applicazioni evolute alle medie e piccole amministrazioni.

UN FOCUS PARTICOLARE SU IMPRESA 4.0

C’è molta attesa per il framework che il Governo intende portare avanti in tema di digitalizzazione delle imprese. C’è perché l’Italia, secondo paese manifatturiero d’Europa, è da tempo che attende un riferimento simile a quelli già adottati da Stati Uniti, Svezia e Germania così come in molti altri paesi che hanno già compreso l’importanza di una nuova strategia per il sistema produttivo.

L’auspicio è che il progetto trovi rapida attuazione normativa e prenda in conto l’accezione più ampia del termine, non limitandosi a trattare di ulteriori e pur necessari aspetti dell’automazione in fabbrica, ma guardando a tutto ciò che genera maggiore integrazione e collaborazione delle risorse – umane, fisiche e informative – in filiera. Questo si ricollega con quanto esposto all’inizio a riguardo dell’efficienza complessiva del sistema. Infatti, sul fronte della digitalizzazione, il manifatturiero italiano è sostanzialmente in linea con la concorrenza europea. C’è però altro da considerare. E cioè che la competizione avviene per filiere, ove il segmento manifatturiero è solo una parte, con un indotto che pesa più del manifatturiero in senso stretto e ove il passo di ammodernamento è molto più lento. Fare Industria 4.0 alla misura dell’Italia vuol dunque dire guardare ad ampio spettro coinvolgendo moltissime Pmi operanti nei servizi e lanciando iniziative conseguenti. Al riguardo è significativo il carnet di proposte lanciate da Confindustria, che dà una lettura nuova alle incentivazioni all’innovazione, in termini di ambiti di intervento, di semplificazione, di tempi di istruttoria ed erogazione.

E l’ultima notazione ma non meno importante riguarda un tema fondamentale e quello che definirei l’investimento nelle 3E: l’Education (delle imprese), l’Education (delle Pubbliche Amministrazioni) e l’Education (dei cittadini).

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