VERSO LA RIPRESA

Digitale, Catania: “Strada tracciata. Ma serve la politica”

Per il presidente di Confindustria digitale è il momento di individuare un Chief digital officer con poteri da commissario: un responsabile delle piattaforme strategiche che riporti direttamente a Palazzo Chigi

Pubblicato il 08 Mag 2015

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Un responsabile per l’attuazione delle piattaforme strategiche trasversali, dotato di risorse, competenze e autorità, ovvero un chief digital officer con poteri da commissario, che riporti a un referente politico individuato nell’ambito della Presidenza del Consiglio (un sottosegretario?) a cui spetta dettare le strategie e chiedere conto di tempistica e risultati. Il tutto accompagnato da una roadmap veloce che includa verifiche trimestrali per fare il punto ed eventualmente correggere il tiro se necessario. È questo secondo Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale, l’assetto di governance su cui concentrarsi se si vuole davvero imprimere un’accelerata al piano di digitalizzazione del Paese. “L’agenda ormai è chiara, sappiamo quel che c’è da fare. E il 2015 può e deve essere l’anno della svolta digitale. Ma senza una leadership che imprima pressione politica ai massimi livelli è impossibile sbloccare la macchina. Senza copertura politica l’execution rischia di avere tempi biblici, certamente inadatti all’era digitale”.

Presidente Catania, dunque siamo nell’impasse

Le precondizioni fondamentali sono state messe in campo e bisogna dare atto al Governo Renzi di aver per la prima volta puntato l’attenzione sul digitale al punto da aver generato una consapevolezza pubblica come non mai. Ma la trasformazione non è e non sarà semplice ed è per questo che va presa a tenaglia, sul piano tecnico e politico. Ed è bene puntualizzare che si tratta di un processo che non riguarda solo la PA, ma l’intero Paese. La PA è chiaro che ha un valore immenso nel suo ruolo di traino; basta guardare cosa sta avvenendo con la fattura elettronica: ci sono voluti sette anni per metterla in atto, ma una volta partiti la macchina si è messa in moto velocemente e ha impattato inevitabilmente sul mondo privato, a dimostrazione che l’effetto domino si innesca e dà vita a un’accelerazione esponenziale. La PA, dunque, deve essere un faro fondamentale poiché trascina e mobilita il privato, ma serve comunque un approccio a 360 gradi. E soprattutto bisogna considerare la PA come la più grande azienda del Paese con i suoi 3 milioni di lavoratori. È inutile che ci si scandalizzi quando si mettono a confronto sullo stesso piano PA e impresa: non è possibile gestire la macchina amministrativa al meglio se non la si gestisce e non la si trasforma come se fosse una grande azienda. Ed è ora di smetterla di avere un atteggiamento che formula problemi ma non trova le soluzioni.

Quali sono secondo lei gli ostacoli ancora sul cammino?

La discontinuità non può essere solo tecnologica: deve essere anche strategica. Stiamo esplorando terreni nuovi e dunque la trasformazione riguarda il campo regolatorio, legislativo, organizzativo, fiscale nonché quello dei diritti. Di fronte alla discontinuità la tendenza – e non si tratta solo di una “peculiarità” italiana – è di utilizzare i vecchi modelli per gestire le novità. Ma ciò non può funzionare: le vecchie regole non si adattano ai mondi nuovi, basti pensare alla questione della privacy e a quella del diritto d’autore per farsi un’idea. Ecco perché tutti gli attori della filiera devono sedere insieme attorno allo stesso tavolo e creare la nuova impalcatura legislativa e regolatoria: senza il mondo industriale, ossia di chi vive le cose sul campo, è impossibile venirne a capo. Il partenariato pubblico-privato è essenziale per imprimere velocità all’attuazione e considerare la trasformazione un’opportunità e non una minaccia.

L’execution rimane dunque il nodo principale.

Certamente. E noi di Confindustria Digitale lo abbiamo detto fin dall’insediamento del governo Renzi. Peccato però che si stia ancora parlando di decreto scavi e si debba ancora intervenire sui limiti delle emissioni elettromagnetiche. Insomma, siamo alle solite e ci si chiede come sia possibile che ci voglia tutto questo tempo per sbloccare questioni semplicemente tecniche. Se si procede a colpi di anni non si arriverà da nessuna parte. Il mondo corre e non ci possiamo permettere di accumulare ulteriori ritardi. Il gap di 25 miliardi che ci separa dall’Europa non è stato sanato, la “rimonta” del comparto Ict nazionale dal -4% al -1% è ancora un segnale di debolezza (dati rapporto Assinform, ndr). Potremmo dire di star cogliendo l’opportunità digitale quando gli investimenti in Ict cresceranno a due cifre. Oggi ci sono già segmenti di mercato, quelli legati alle componenti più innovative del digitale, che stanno marciando con una crescita di oltre il 10%, a dimostrazione che una parte del Paese sta reagendo positivamente, ma questo deve diventare sistemico.

Il governo ha acceso i fari sulla banda ultralarga. Cosa ne pensa del Piano?

Il Piano è un’ottimo segnale di attenzione su un’infrastruttura strategica, ma anche in questo caso è fondamentale che si passi il prima possibile alla fase attuativa. I 6 miliardi di risorse annunciati dal Governo ci sono? Bisogna intanto rispondere a questa domanda visto che allo stato attuale si ha visibilità solo di 2 miliardi. Senza certezze è più difficile procedere quando, dall’altra parte i privati proseguono e accelerano nei loro piani d’investimento Così perdiamo un’occasione di velocizzare ulteriormente, ricordando anche che sul fronte della banda ultra larga mobile stiamo procedendo ai livelli della media europea.

Riguardo ai progetti “digitali” quali devono essere le priorità?

Bisogna spingere sulla strada già tracciata, ossia concentrarsi sui pochi grandi progetti in grado di operare trasformazioni profonde della PA, con la creazione di architetture interconnesse su cui andranno a interagire gli enti locali, le imprese, i cittadini. Mi riferisco allo Spid, all’anagrafe unica, al fascicolo sanitario elettronico al sistema dei pagamenti, al fascicolo unico dello studente e poi al piano nazionale smart city e alla razionalizzazione e interoperabilità delle banche dati. Su questi progetti non si può più discutere, vanno attuati e basta. Da parte nostra come Confindustria Digitale abbiamo avviato un roadshow in tutto il Paese, da Nord al Sud per mettere a contatto l’industria Ict con il mondo delle Pmi e far loro toccare con mano i benefici derivanti dall’adozione del digitale. Insomma, il “momento” c’è. Ora però si passi una volta per tutte all’azione.

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