IL CASO

Diritto all’oblio, Google segnalerà i link rimossi

BigG vuole anche includere le informazioni sui link eliminati nel suo periodico “transparency report”. Intanto Eric Schmidt torna a criticare la sentenza europea. E sul Datagate: “Non siamo stati complici”

Pubblicato il 10 Giu 2014

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Il diritto all’oblio su Google non solo sarà a raggio limitato, visto che BigG ne garantirà l’applicazione solo sui propri domini europei, ma avrà anche una segnalazione specifica in nome della trasparenza: Google sta infatti valutando se inserire degli alert alla fine di ogni pagina in cui sono stati rimossi link in ottemperanza alla sentenza della Corte di Giustizia Ue sul “diritto all’oblio”, per avvisare gli utenti del suo motore di ricerca. La stessa modalità è già utilizzata da Google per i contenuti oscurati per evitare violazione del copyright.

Come rivela il quotidiano britannico The Guardian, Google starebbe anche pensando di includere le informazioni sulle rimozioni di link in base al “diritto all’oblio” nel suo semestrale “transparency report”, che dettaglia il numero delle richieste ricevute dai governi di tutto il mondo di rimuovere materiali dai suoi risultati di ricerca.

Da quando il colosso di Mountain View ha messo online il modulo per chiedere la cancellazione di link ritenuti “inadeguati o irrilevanti” sono arrivate in media 10.000 richieste al giorno.

Si tratta di uno dei tanti temi caldi di cui Eric Schmidt, il Ceo di Google in visita in Europa in questi giorni, ha parlato con i giornalisti e le autorità europee. Intervistato dal Corriere della Sera, Schmidt ha spiegato cheLa decisione della Corte di Giustizia è chiara: se non sei una persona pubblica e l’informazione non è rilevante per l’opinione pubblica, puoi chiedere a Google di rimuovere quell’informazione. Questa decisione ci ha stupito. È un equilibrio delicato quello tra il diritto all’oblio e il diritto a sapere, e noi pensiamo che la Corte abbia trovato l’equilibrio nel punto sbagliato. Ma poiché siamo ligi alla legge e la legge è chiara, la rispettiamo”.

Schmidt è molto chiaro anche nei suoi commenti sugli incontri con i leader europei: “Non c’è accordo sui problemi. E perciò non c’è accordo sulle soluzioni. Bisogna decidere quali sono i problemi. Al primo posto io metto la crescita economica”.

E per i giornali, divenuti acerrimi nemici di Google, il messaggio è semplice: a fronte di vendite che scendono, nonostante l’aumento delle copie digitali, occorre prendere atto della realtà: “I cittadini si stanno muovendo verso il digitale e la gente che comprava i giornali oggi li legge su smartphone e tablet. Bisogna inventare una strategia basata sul fatto che i tuoi lettori stanno là. Ci sono tre modi per farlo: puoi avere un paywall, puoi usare un modello gratuito oppure trovare uno sponsor”.
 Di fronte al fatto che i lettori arrivano agli articoli non più dalla homepage ma da link diretti, spesso da Google News, il più grande aggregatore di notizie al mondo, Schmidt si stupisce dell’ostilità dei media: Noi continuiamo a dirglielo: siamo i vostri migliori amici! Noi non produciamo notizie, mandiamo i lettori verso i vostri siti”.

Il numero uno di Google chiarisce anche il ruolo della sua azienda nel Datagate: “Non eravamo consapevoli che la Nsa (National security agency, Usa) o il Gchq (Government communications headquarters, Uk) avessero accesso ai nostri servizi interni. Non abbiamo collaborato con loro. Quando, tempo dopo, è uscito un documento da cui risultava che il Gchq in effetti intercettava il traffico tra i nostri server, immediatamente abbiamo criptato tutto. Ma queste intrusioni ci hanno fatto arrabbiare. Molto. Posso dirle: se vuole che qualcosa sia protetto, lo dia a Google. Una delle conseguenze di quello che io considero lo spionaggio illegale della Nsa è questa: la tech industry ora ha reso la vita molto difficile a chi vuole fare queste cose. È una cosa che ho detto con chiarezza, al presidente Obama e ad altri: solo perché potete fare qualcosa non significa che dovete farlo. Pensavano di potersela cavare, che noi non avremmo reagito: è stato un errore”.

Schmidt conclude con un consiglio per il nostro Paese: “Il motore dell’Italia sono le piccole e medie imprese. Ma i clienti sono in tutto il mondo. Quindi: primo passo, un website e una connessione adeguata. Internet non è abbastanza veloce, è una questione che il vostro governo deve affrontare rapidamente. Tutti gli italiani devono andare online: subito”.

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