Dominici: “Nella miniera dei big data il tesoro del buon governo”

Il direttore di FPA: “La smart city è una sfida di conoscenza: il buon utilizzo delle informazioni è centrale per la progettazione e l’innovazione”

Pubblicato il 25 Nov 2016

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Data driven decision, resilienza e capacità di abilitare la partecipazione civica. Sono queste le caratteristiche che la smart city deve avere per vincere le nuove sfide – urbane, sociali ed economiche – che si trova di fronte. Gianni Dominici, direttore generale di FPA, ci spiega come sta cambiando il concetto di città “intelligente”.

Da contenitore di tecnologia a piattaforma per lo sviluppo delle attività sociali ed economiche: nel tempo la smart city si è trasformata…

Si è trasformata la concezione della tecnologia che da semplice abilitatore per una migliore erogazione dei servizi pubblici, nel senso più ampio, è diventata una miniera preziosa di informazioni per il buon governo del territorio. È quello che chiamiamo data driven decision: la città intelligente è soprattutto una sfida di conoscenza. Un buon governo del territorio deve essere capace di prendere decisioni sulla base della conoscenza di ciò che avviene. Il data driven decision è la conseguenza virtuosa di un processo in grado di trasformare i dati grezzi in conoscenza. Interpretare le informazioni e metterle a disposizione dei cittadini è l’obiettivo che si deve dare un territorio che voglia abilitare l’innovazione.

Che si intende per città abilitante?

Una città è “enabling” quando lascia spazio alla collaborazione, alla sperimentazione, alla trasparenza. Quando mette cioè a disposizione fondi, infrastrutture e soprattutto un progetto politico per stimolare l’empowerment di comunità locali che si attivano per contribuire al cambiamento.

In Italia ci sono esempi di enabling city?

Milano è un esempio virtuoso. La città ha scommesso sulla partecipazione attiva dei cittadini, mettendo a sistema i progetti nati dal basso e considerando la società civile non una controparte, bensì un partner. A questo va aggiunto il fatto che si è scelto di investire su un modello nuovo di innovazione urbana che sposta l’asse della strategia di sviluppo verso forme nuove di economia collaborativa e social innovation. Un modello che si realizza attraverso la concessione di spazi, il sostegno economico a progetti e imprese, la creazione di reti di innovatori e la definizione di nuove ed articolate politiche urbane. Da segnalare anche Bologna con il suo progetto di condivisione dei servizi pubblici. Si tratta di iniziative valorizzate anche nell’ultimo iCity Rate che, appunto, vede Milano al top della classifica della città più smart, seguita da Bologna.

Nessuna città del Sud si sta attrezzando per diventare piattaforma abilitante?

Ci sono Siracusa, Lecce e Cagliari che si stanno muovendo in questa direzione. Sono territori che sopperiscono alle carenze infrastrutturali attraverso dinamiche che afferiscono al capitale sociale, con esperimenti di innovazione sociale che vengono messi a sistema e creano sviluppo.

In questi mesi la tragedia del terremoto nel Centro Italia ha acceso il dibattito sulla questione della progettazione degli spazi urbani. Che ruolo possono giocare le tecnologie in questo ambito?

La tecnologia, ovviamente inserita in un nuovo metodo di progettazione “open”, è diventa pilastro della città resiliente: la resilienza è un’altra caratteristica fondante della smart city. In fisica la resilienza viene definita come la capacità dei materiali di resistere alle sollecitazioni esterne. Trasferita sul piano urbanistico, ma anche sociale, consiste nella capacità di una città di adattarsi e crescere anche quando colpita da eventi traumatici, come alluvioni e terremoti, oppure se afflitta da “catastrofi non naturali” croniche come disoccupazione, problemi di mobilità e mancanza di spazi verdi, ad esempio.

La città resiliente è quella capace di elaborare strategie di risposta efficaci per resistere agli “urti”, dunque?

Non solo. La resilienza non implica solo sviluppare strategie di risposta e adattamento alle sollecitazioni esterne, ma anche mettere in campo percorsi trasformativi atti a migliorare le città anche in un’ottica di prevenzione. Le città resilienti sono quelle che hanno consapevolezza dell’esposizione a determinati rischi e conseguentemente predispongono un piano proattivo ed integrato per prevenirli. In questo contesto i dati giocano un ruolo centrale.

Per ridisegnare e riprogettare le città per farle diventare “piattaforme” serve anche una PA diversa.

A fronte delle sfide sempre più complesse che la pubblica amministrazione si trova ad affrontare non basta solo migliorare i livelli di funzionamento e l’efficacia dell’operare, ma è anche necessario immaginare, sperimentare ed introdurre nuovi modelli operativi capaci di superare e sovvertire quell’approccio ancora prevalente di natura burocratica e verticale.

Qualche esempio concreto?

In Trentino si è scelta una piattaforma progettata per essere scalabile, riusabile e adattabile, sostenuta da un ecosistema collaborativo. Il progetto Comunweb del Consorzio dei Comuni Trentini si basa su un’innovativa architettura informativa e un apparato di dati, informazioni strutturate, contenuti e servizi orientati a costruire un nuovo dialogo tra amministrazioni e tra cittadini e PA, all’insegna della trasparenza e della partecipazione civica. Comunweb si posiziona come un modello di piattaforma territoriale esportabile su scala nazionale, in stretto collegamento con le esigenze di innovazione riscontrabili nel contesto normativo. Basti pensare al Cad, alle norme in materia di trasparenza e open data e non da ultimo alla Riforma degli enti locali con la sua forte spinta all’aggregazione di Comuni e alla gestione associata delle funzioni sui territori. In secondo luogo, emerge una forte sintonia dell’offerta Comunweb con le evoluzioni di mercato privato e pubblico.

Ovvero?

Penso all’esplosione di piattaforme collaborative e all’economy on demand da un lato; alle stringenti esigenze di risparmio e riduzione dei costi della pubblica amministrazione dall’altro.

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