PUNTI DI VISTA

E-fattura: un camel trophy per professionisti e Pmi

L’obbligo per tutti di emettere fatture digitali è stata accompagnata da toni entusiastici. Ma le piccole realtà devono affrontare percorsi tortuosi. E sul web crescono le lamentele dei consumatori

Pubblicato il 25 Set 2015

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Agli inizi degli anni 2000 l’allora Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie Lucio Stanca, con alle spalle una lunga esperienza ai vertici dell’Ibm mondiale, diceva che con l’eGovernment in Italia non si semplificava una burocrazia molto complessa, ma ci si limitava solo a digitarla. E, con questa scusa, scaricare incombenze e adempimenti su cittadini e imprese. Sono noti a tutti quali siano i molti complessi oneri che, a causa della burocrazia (allora, portavoce dello stesso ministro, la chiamavo “cartocrazia”, il “potere della carta”!), continuano a gravare sugli imprenditori, soprattutto i più piccoli (la maggioranza in Italia), costretti a destreggiarsi ancora in percorsi digitali non sempre agevoli, facili, chiari. Per cui debbono fare ricorso a onerose professionalità esterne.

L’obbligo per tutti, da aprile, di emettere fatture in formato digitale nei confronti della Pubblica Amministrazione, unica via per vedere riconosciute le proprie spettanze (ma i tempi di regolazione sono rimasti biblici, offensivi), è stata accompagnata dai toni entusiastici ed enfatici, quasi come se fosse la soluzione della modernizzazione del Paese. Ma così non è stato per piccoli e i professionisti che annualmente emettono poche fatture digitali, da non giustificare specifici investimenti. E così per farlo, incontrano percorsi complessi, non induttivi, mal istruiti, inutilmente tortuosi. Non orientati alla soddisfazione del consumatore, ma alle esigenze del provider.

All’iscrizione a un fornitore di sistemi di emissione della fattura digitale non vengono date istruzioni funzionali su come procedere. Non ci sono nel sito indicazioni precise e manuali semplici. Non ci possono essere perché la procedura è macchinosa e difficilmente codificabile in una manuale. Si deve andare, insomma, come il topo nel labirinto: per tentativi. Che quasi mai vanno in porto!

Non ci sono informazioni su come compilare il variegato profilo: posizione e regime fiscale, aliquota IVA, posizione previdenziale (ente, modalità di applicazione del prelievo, con o senza correlazione con l’IVA), e gli stessi dati bancari per l’accredito, per i quali vengono chiesti codici che la banca non conosce. Insomma, non basta mettere l’Iban, che è poi il codice univoco con cui quotidianamente facciamo bonifici e incassiamo pagamenti.

I call center non riescono a essere sufficientemente chiari da esaudire positivamente le attese dei clienti Con un provider ho fatto ben sette telefonate per tentare di ‘salvare’ una fattura che, però, non si è salvata. Sul web sono innumerevoli gli improperi per questa situazione.

Non sono un analfabeta digitale. Uso molto il pc e tanti anni fa sono stato tra i primi giornalisti a trasmettere i propri articoli usando un rudimentale accoppiatore acustico, legato con uno stretch al telefono connesso al modem. Ma è stata un’impresa impossibile, dopo molti tentativi, tentare di fare una fattura digitale con diversi fornitori, tutti accomunati dalla complessità e non chiarezza operativa.

Il mio commercialista non ha clienti che hanno relazioni commerciali con la Pubblica Amministrazione e non si è attrezzato per questa procedura. Né intende farlo solo per me. Un altro commercialista, cui mi ero rivolto con la premessa che intendevo pagare, ha avuto l’ardire di chiedermi 100 euro per fattura!

Insomma, da mesi non sono riuscito a far “decollare” l’essenziale meccanismo contabile per veder riconosciute le mie spettanze.

Né sono servite telefonate ad aziende accediate per sistemi di fattura digitale: una chiedeva l’abbinamento ad uno specifico servizio e conto bancario; un’altra lo fa solo per le imprese. Sempre più complicato.

Possibile che in questo Paese nella Pubblica Amministrazione non ci si ponga mai dalla parte dei consumatori immaginando di alleggerirli, anziché gravarli ulteriormente?

Così anche il digitale, che doveva colmare il divario tra cittadini e operatori e la burocrazia, in realtà lo ha ampliato. E questo avviene in molti troppi settori penalizzando i cittadini (sovrani) e la nostra competitività in un mercato globalizzato e molto agguerrito.

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