Enrico Rossi: “Airbnb, evitiamo il far west: regole fiscali semplici”

Il governatore della Toscana: “La cedolare secca andava in quella direzione, occasione persa. Oggi la rete permette la tracciabilità delle transazioni economiche. Si tratta di un’opportunità straordinaria per ridurre evasione ed elusione”

Pubblicato il 05 Dic 2016

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“Regole semplici, eque e comprensibili per tutti. La cedolare secca per Airbnb e simili andava in questa direzione”. Enrico Rossi, governatore della Regione Toscana, spiega perché il mancato inserimento del provvedimento in legge di Stabilità è un’occasione mancata.

Presidente, la cedolare secca è stata tanto osteggiata. E’ possibile che abbia pesato il fatto che la piattaforma avrebbe dovuto funzionare come “sostituto di imposta”?
Forse alla vigilia del referendum non si voleva evocare la parola “tasse”. Lo posso capire. Ma un governo riformista non dovrebbe aver paura di affrontare un tema così importante. Neppure a pochi giorni dal voto. Io credo che siano necessarie delle regole, semplici e comprensibili a tutti. La cedolare secca andava in quella direzione. Poi non so dire quanto abbia pesato la questione del sostituto d’imposta. Mi limito a sottolineare che nel nostro Paese questo meccanismo è già da tempo previsto per imprese e professionisti, ad esempio quando questi versano contributi e tasse per conto dei loro dipendenti. Oggi la rete offre enormi potenzialità di business e al tempo stesso permette la tracciabilità delle transazioni economiche. Si tratta di un’opportunità straordinaria per ridurre evasione ed elusione.

E’ vero che la Toscana sta elaborando un regime particolarmente restrittivo per chi affitta con Airbnb (tetto all’incasso annuo)?
No, la Toscana non vuole restringere nulla. Men che meno il turismo che rappresenta un pilastro fondamentale della nostra economia. Il nostro intento è semplificare, dando regole chiare, puntuali e trasparenti a tutti gli operatori del settore. Nella nostra regione, così come nel resto d’Italia, ci sono famiglie e cittadini che per integrare il proprio reddito affittano saltuariamente una stanza o l’intera casa, poi ci sono professionisti veri e propri che svolgono un’attività commerciale, magari gestendo più immobili contemporaneamente. Noi introduciamo una semplice distinzione tra queste due fattispecie. Non mi pare un atteggiamento punitivo o restrittivo ma un’operazione equa e di buon senso.

Quali sono gli svantaggi portati da Airbnb – così come si è configurato oggi il meccanismo – per la Toscana, ma anche per l’Italia nel suo complesso?
Più che di svantaggi parlerei di storture. Oggi siamo davanti a una trasformazione profonda e importante dei consumi e del commercio. Una rivoluzione che teniamo in tasca e che passa dai nostri smartphone. Dietro il volto seducente di un mercato sempre più immediato, si nascondono però alcuni vizi antichi del capitale improduttivo che, se non regolati, potranno alterare il tessuto delle nostre città in modo esiziale e con effetti imprevedibili. L’antico e inossidabile privilegio della rendita immobiliare ha trovato nelle piattaforme on-line, spesso in posizioni di monopolio, un vero e proprio eldorado. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: centri storici svuotati, residenti spinti verso le periferie, città trasformate in scenografie per turisti. Ogni amministratore pubblico dovrebbe innanzitutto capire, studiare e conoscere questi fenomeni. La mia bussola è semplice: lasciare spazio vitale all’impresa individuale ma difendere le città e i cittadini dai rischi derivanti da forme predatorie di sfruttamento che moltiplicano le diseguaglianze.

Non pensa che limitare in modo forte la disruption portata dai giganti Internet possa comportare dei rischi, in particolare per il turismo?
Se la disruption, cioè il cambiamento portato dalle nuove tecnologie e dai relativi modelli di business, contribuisce a un aumento dell’offerta, a migliori servizi e soprattutto a una maggior tutela dei lavoratori, ben venga. Ma se la disruption significa solo lasciare mano libera agli attori della gig-economy e alla creazione di nuovi monopoli, allora non sono d’accordo.

Su Airbnb c’è anche un problema di mancati introiti per il fisco italiano? In una recente dichiarazione ha detto: “E’ un’offesa per tutti gli italiani onesti apprendere che una piattaforma digitale di booking, con milioni di utenze all’anno e un volume d’affari solo in Italia di quasi 400 milioni, paghi al fisco solo 45.000 euro”.
A mio parere il problema c’è. E non riguarda solo Airbnb ma molte aziende che fanno affari in Italia e portano i ricavi in Paesi dove la tassazione è più conveniente. Non lo dico io ma la Commissione europea. Ricordo a tutti che ad agosto la UE ha imposto all’Irlanda di recuperare da Apple ben 13 miliardi di tasse. Una cifra enorme che basterebbe a contrastare la povertà assoluta in Italia per oltre due anni. Come ha detto la commissaria Vestager: “Quando vengo a sapere che Apple ha pagato di tasse l’1% dei profitti, per poi arrivare a pagarne lo 0,005%, come cittadino che pago le tasse io mi sentirei arrabbiato”. Un discorso analogo potremmo farlo per Airbnb. Da quello che sappiamo una fetta importante dei ricavi fatti in Italia va direttamente in Irlanda. Lì la tassazione sugli utili è al 12,5%, molto più bassa di quella italiana e di tanti altri stati europei. Inoltre non sappiamo se Airbnb abbia sottoscritto o meno accordi di tax ruling con il fisco irlandese, accordi che le permetterebbero di abbattere ancora di più la pressione fiscale, come avvenuto nel caso di Apple. Sono interrogativi che andrebbero sciolti.

Come si coniuga questo tema con la cedolare secca o altri tipi di tassazione da richiedere ai proprietari di case?
Ci servono poche regole ma chiare. Sia per i giganti del web che fanno affari in Italia sia per chi decide di trasformare l’attività di host in un lavoro non più accessorio ma principale. Non intervenire in questo settore ci porterebbe al far west e i furbi la farebbero franca. A quel punto chi si sentirebbe in dovere di pagare le tasse se fosse lo Stato stesso ad autorizzare un’evasione fiscale miliardaria? Un mercato digitale senza regole porterà solo squilibri sociali, concorrenza sleale e mancati introiti alla fiscalità generale. Ripeto: non si tratta di vessare o punire qualcuno ma di riportare al centro i valori dell’equità e della ridistribuzione.

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