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FabLab, così la creatività diventa network

Ogni 18 mesi raddoppia il numero dei laboratori. L’inventore Neil Gershenfeld: “In Italia l’amore per il design rappresenta una peculiarità unica”

Pubblicato il 22 Giu 2013

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“Si potrebbe pensare che nei paesi ricchi le persone si occupino dei problemi dei ricchi e nei paesi poveri di quelli dei poveri. Ma nei FabLab convivono ricchi e poveri, Nord e Sud, Est e Ovest. È il senso dell’invenzione che riunisce tutti, al di là delle differenze. In ogni FabLab le persone lavorano, giocano, partecipano a corsi, creano. Quando operano in posti caratterizzati da forti tensioni, i FabLab aiutano a creare un’alternativa ai conflitti”. A parlare è Neil Gershenfeld, direttore del Center for bits and atoms del Mit, laboratorio in cui si esplorano i confini tra mondi digitali e fisici. Gershnefeld è fra i 50 leader di Scientific American nel campo della scienza e della tecnologia, fra i 40 Modern day Leonardos dell’Us Museum of science and industry e tra i top 100 public intellectuals secondo Prospect/Foreign policy. A Gershenfeld si può attribuire l’idea originaria dei FabLab (fabrication laboratory), 150 officine di fabbricazione digitale diffuse in 35 paesi, rigorosamente collegate in rete tra loro, che consentono agli utenti di lavorare in gruppo, di essere formati e avere a disposizione in comune le tecnologie più moderne, per passare subito dalla teoria alla pratica.

“In Italia – afferma Gershenfeld, interpellato dal Corriere delle Comunicazioni – la situazione ha molti punti in comune con quello che succede nei FabLab nel mondo. Ci sono però due caratteristiche originali: una è l’amore per il design, visto non semplicemente come l’aspetto degli oggetti, ma come attenzione al loro modo di funzionare. E l’altra, comune a mio avviso anche a Grecia e Portogallo, è l’emergere di una generazione che rinuncia a pensare che i Governi possano agire verso il resto del mondo per risolvere i problemi nazionali. Per questo si cerca di dare vita a nuovi strumenti che possano aiutare a costruire una nuova economia, di guardare ai problemi non come a fatti di competenza della Ue o del Governo nazionale, ma con la voglia di riappropriarsi del futuro”.

L’idea di fondo dei FabLab è di riuscire a trasformare le cose in dati e i dati in cose. “Sta già succedendo – afferma Gershenfeld – e andiamo verso il momento in cui ognuno potrà essere in grado di fabbricare qualunque cosa. Con la fabbricazione personale non si fa ciò che si può acquistare in un negozio, ma ciò che serve direttamente e unicamente a una persona. Ed è un’idea che sta avendo successo, se è vero che si diffonde come un virus, e che i laboratori raddoppiano di numero nell’arco di 18 mesi”.

Ma dove nasce un FabLab? Non c’è un luogo che meglio di un altro sia deputato a ospitare questi centri, anche se una delle collocazioni più naturali e diffuse è la biblioteca pubblica. Luogo d’incontro e cultura, che spesso ha bisogno di “rilancio” rispetto a un immaginario collettivo che la rende sinonimo di polvere e vecchi volumi, di tanta teoria e poca pratica. Un’eredità che viene dal Rinascimento e dalla divisione tra arti liberali e illiberali, ricorda Gershenfeld, e che ancora oggi si fa fatica a lasciarsi alle spalle. Così anche le biblioteche possono diventare da luoghi dell’apprendimento “subìto” a luoghi del fare, dove mettere in pratica ciò che si studia, e dove dare a tutti la possibilità di scoprire se nascondono dentro di sé un “modern Leonardo”, un Leonardo Da Vinci dei giorni nostri. Per riuscirci è necessaria una rete di mentor che dia la possibilità di orientarsi tra gli ultimi ritrovati della tecnologia e gli strumenti.

“Stiamo assistendo e partecipiamo alla rivoluzione della fabbricazione digitale – afferma David H. Thorne, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, aprendo i lavori della sesta edizione dello Spring Event di Biblionext, organizzato in collaborazione con la American University of Rome -. Ormai le nuove tecnologie ci mettono in condizione di costruire liberamente tutto ciò che siamo in grado di immaginare, non è più fantascienza. Lo stesso presidente Obama ha incoraggiato l’apertura di nuovi centri, soprattutto nelle città e nelle aree più colpite dalla crisi economica, perché possono stimolare l’economia con la creazione di nuove professioni. Applicate al mondo delle biblioteche e dei musei, le nuove tecnologie possono offrire modalità nuove per il consumo, la condivisione e la conoscenza. Le biblioteche si stanno evolvendo e propongono nuovi segnali, con micro spaces per l’apprendimento digitale, per produrre file digitali e usare stampanti 3D. Strumenti per incoraggiare i giovani a creare, a costruire, a inventare. A essere creatori – conclude Thorne – e non soltanto consumatori”.

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