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Facebook riporta le filiali irlandesi negli Usa. E ora il Fisco batte cassa

La causa intentata dall’Us Internal revenue services, che chiede 9 miliardi di dollari, costringe l’azienda a chiudere le holding company europee dove incanalava i profitti internazionali della proprietà intellettuale

Pubblicato il 28 Dic 2020

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I guai col fisco spingono Facebook a chiudere tre divisioni con sede in Irlanda e riportare la sua proprietà intellettuale negli Usa. La decisione di Facebook, riferisce il Times, arriva dopo la causa intentata lo scorso febbraio dal fisco americano (Irs, Us Internal revenue service) contro l’azienda di Mark Zuckerberg. Secondo le autorità degli Stati Uniti le holding irlandesi hanno permesso al colosso dei social media di attuare lo schema di elusione fiscale noto come “double Irish”.

Google ha riportato negli Usa le sue holding irlandesi che incassavano i profitti della proprietà intellettuale già a gennaio, prima che Dublino modificasse le regole fiscali chiudendo ogni possibilità di ricorrere al cosiddetto “double Irish”. Questo escamotage è stato usato da molte aziende, tra cui le Big tech americane, per incanalare in Irlanda i profitti generati dalle attività internazionali e trasferirli poi verso paradisi fiscali come le Bermuda, tenendoli lontani dal fisco di Stati Uniti, Uk e molti altri paesi, tra cui l’Italia, dove fatturato e utili vengono effettivamente generati. L’Irlanda ha acconsentito a modificare la legge per evitare il ricorso al “double Irish” cinque anni fa, ma ha dato alle imprese fino alla fine del 2020 per adeguarsi.

La causa del Fisco Usa

Le autorità Usa sostengono che Facebook debba all’erario più di 9 miliardi di dollari a causa della decisione, nel 2010, di trasferire i suoi profitti in Irlanda. Nel 2010, prima della quotazione in Borsa (avvenuta nel 2012), Facebook valutava i suoi asset intangibili 6,5 miliardi di dollari, ma l’Irs sostiene che il vero valore fosse di 21 miliardi.

La principale divisione irlandese di Facebook (Facebook International holdings I unlimited company) ha pagato 101 milioni di dollari di tasse su oltre 15 miliardi di dollari di profitti nel 2018 (l’ultimo anno per cui sono disponibili questi dati), riporta il Guardian. Le filiali di Facebook in tutto il mondo pagavano la holding company irlandese per l’utilizzo della sua proprietà intellettuale. Questa filiale iralndese ha registrato nel 2018 un fatturato di 30 miliardi di dollari, oltre la metà del turnover globale dell’azienda (56 miliardi).

Facebook si prepara a una stretta globale

Facebook ha dichiarato in una nota che la holding company irlandese “è stata chiusa come parte di una modifica che meglio si adatta alla nostra struttura operativa. In preparazione per la chiusura della unlimited company, le attività di Facebook Ireland Holdings sono state distribuite alla sua parent company statunitense”.

“Le licenze per la proprietà intellettuale connesse con le nostre operazioni internazionali sono state rimpatriate negli Usa”, si legge ancora nella nota. “Riteniamo che ciò sia coerente con le modifiche fiscali recentemente implementate e con quelle in arrivo sostenute dai governi di molti paesi nel mondo”.

Facebook ha riferito che la sua effettiva aliquota fiscale negli ultimi cinque anni è stata superiore al 20%, in linea con la media globale del 23% indicata dall’Ocse. L’aliquota è salita al 25% a dicembre 2019 dal 18% di fine 2018, secondo gli stessi documenti finanziari dell’azienda.

La battaglia sulla web tax

Nel Regno Unito, riporta il Guardian, Facebook ha pagato appena 28,6 milioni di tasse l’anno scorso, su un fatturato loro di 2,2 miliardi di sterline derivato dalla pubblicità. Il versamento è stato solo di 100.000 sterline superiore a quello del 2018, benché i profitti siano cresciuti di oltre il 25%. La deputata laburista Margaret Hodge, presidente della commissione parlamentare sulla “tassazione responsabile” ha sottolineato che “Mentre altre aziende sono entrata in crisi con la pandemia le Big tech sono cresciute grazie al fatto che le persone passano più tempo online. Facebook e gli altri giganti dell’hitech devono rispettare l’obbligo morale di pagare una quota equa”.

I colossi del digitale sono “i veri vincitori della pandemia” di Covid-19, dato che “hanno aumentato le loro attività, i loro profitti, le loro capitalizzazioni di Borsa”, e tutto questo convive con un sistema di tassazione che è “del secolo scorso”, basato sulla sede fisica delle imprese, ha affermato Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, in audizione in remoto da Bruxelles davanti alle commissioni riunite Finanze e Politiche Ue della Camera del Parlamento italiano. Se non si arriverà ad una web tax basata su una “intesa globale in sede Ocse-G20 entro il primo semestre 2021” la Commissione europea presenterà una proposta per una  digital tax europea, ha proseguito Gentiloni.

La Francia ad agosto è riuscita a chiudere un accordo fiscale con Facebook da 104 milioni di euro: secondo quanto riferito dalla rivista Capital sul proprio sito web l’intesa copre il periodo che va dal 2009 al 2018 e la cifra includerebbe 22 milioni di sanzioni.

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