GIG ECONOMY

Foodora & co, proposta di legge contro il “caporalato digitale”

Presentato dal deputato di SI, Giorgio Airaudo, il provvedimento punta ad allargare i diritti dei lavoratori che prestano servizio nelle aziende specializzate nelle consegne a domicilio

Pubblicato il 14 Feb 2017

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“Per eliminare gli abusi sui problemi legati allo sviluppo della gig economy serve una legge: non è possibile continuare con questo caporalato digitale”. Così Giorgio Airaudo, deputato di Sinistra italiana, presenta una proposta di legge che si propone di allargare i diritti anche a quei lavoratori che prestano servizio nelle aziende specializzate nelle consegne a domicilio, come Foodora, al centro nelle ultime settimane di uno scontro sindacale a Torino. Qui, dall’inizio di ottobre, circa 50 lavoratori hanno avviato una forma di protesta collettiva per chiedere tutele e diritti. Alla presentazione del testo, a Montecitorio, due di loro.

“Se vogliamo essere solidali con questi lavoratori – spiega Airaudo – basta emendare il decreto legge già nelle prossime settimane. Questo parlamento – prosegue Airaudo – deve riconoscere che ci sono dei lavoratori che sono finiti in una zona grigia, ma che il loro lavoro non si può definire autonomo ma assolutamente subordinato. Di fatto siamo di fronte a un’altra faccia del precariato a cui tocca alla politica rispondere”.

I due giovani lavoratori di Foodora, nel corso della conferenza stampa, hanno raccontato di essere stati licenziati dall’azienda “per aver cercato di migliorare la propria condizione lavorativa. “Sono stato ‘sloggato’ via Wathsapp – racconta uno di loro, Valerio Giordano – per aver espresso un parere contrastante con il manager dell’azienda. Noi lavoriamo con la pioggia e con il freddo, senza alcuna tutela”.

“Siamo di fronte – ha concluso Airaudo – al ritorno del cottimo, vieni pagato per le commesse che fai. E’ un po’ come se l’Ottocento dello sfruttamento sui lavoratori si sia collegato con il futuro delle nuove tecnologie: quello che rimane è l’abuso sui lavoratori e l’autoritarismo”.

La tedesca Foodora opera in Italia da settembre 2015. Ha accordi con un migliaio di ristoranti e si avvale di una rete di collaboratori composta da circa 800 corrieri su un totale di 7000 rider nel mondo.

In questi anni poi il delivery food ha trasformato le startup in macchine da soldi. Il cibo a domicilio è diventato un servizio popolare nelle grandi città. E la gig economy, la cosiddetta economia dei lavoretti, è cresciuta di pari passo, con tante persone che hanno indossato le divise da bikers per consegnare sushi, pizza e panini nelle case e negli uffici.

Vista dall’alto quella della food delivery poi è una economia che meglio di altre descrive le logiche di rete che interessano colossi come Uber e Airbnb. Il primo che arriva cresce a ritmi vertiginosi, occupano il mercato e rendendo difficile, per usare un eufemismo, la competizione per gli altri player. Tra l’altro dopo un 2015 boom con investimenti nelle startup pari a 5,4 miliardi, l’anno scorso ha visto una contrazione del flusso di denaro. Segno, probabilmente, che per gli attori in campo si avvicina una fase di consolidamento.

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