NUOVA ECONOMIA

Gasperini: “Start up, l’exit si farà anche Italia”

Il presidente di Digital Magics: “Superata la crisi, le grandi aziende per innovare dovranno comprare imprese ad alto contenuto tecnologico. Il digitale è molto compresso e quindi la probabilità di crescita è alta”

Pubblicato il 16 Ott 2013

“Superata la crisi, si aprirà il mercato delle exit anche in Italia. Le grandi aziende per innovare dovranno comprare start up”. Enrico Gasperini lo sostiene da tempo. E su questa convinzione sta sviluppando il suo progetto: Digital Magics, venture incubator di cui è fondatore e presidente, da luglio quotato all’Aim della Borsa di Milano, il segmento creato per le piccole e medie imprese. Oltre 10 milioni investiti, 36 start up lanciate, sei vendute, 26 attualmente incubate, Digital Magics è un po’ venture capitalist un po’ incubatore. Ma fonda il business sugli exit.
Gasperini, perché tanto ottimismo sul prossimo shopping di start up in Italia?
Perché sta succedendo all’estero. E poi perché la spinta sugli incubatori in Italia è cominciata solo l’anno scorso e solo adesso il mercato si sta sviluppando. E non può essere diversamente: il digitale è molto compresso in Italia, quindi la probabilità di crescita è alta. Basti pensare ai numeri dell’e-commerce rispetto ad altri Paesi europei e il gap che c’è da colmare. Anche per questa ragione abbiamo fatto il passo verso la Borsa. Credo che tutti quelli che lavorano nel digitale dovrebbero cominciare a guardare a piazza Affari come un’opportunità di sviluppo.
Perché le grandi aziende dovrebbero cominciare a comprare start up?
Il modello di innovazione più recente e vincente è ormai ben chiaro: fai correre la lepre e poi acchiappala.
D’accordo, questa è la premessa. Ma perché la caccia alla lepre dovrebbe cominciare adesso?
Perché rappresenta una doppia opportunità. Per gli investitori e per le imprese.
Si spieghi meglio
Investire oggi nelle aziende che saranno leader di nicchia è una grande opportunità di business. Ma che qualcosa stia cambiando lo dimostra anche il collocamento di Digital Magics che nella situazione italiana è stato un mezzo miracolo. Ma siamo riusciti a raccogliere un centinaio di investitori convinti che puntare sul digitale è una scelta vincente.
Perché un mezzo miracolo?
Perché in Italia chi ha i quattrini non è ancora abituato al modello di investimento del capitale di rischio. Teme il salto nel futuro.
E le imprese, sono pronte a farlo?
Pensare al futuro significa mettere un piede nel digitale. Come farlo? Meglio finanziare team autonomi e agili rispetto ai processi complessi delle aziende. Innovare da dentro è difficile, ormai questo è evidente.
Questo è vero ovunque, l’Italia però è particolarmente in ritardo.
Sì, ma proprio questa è l’opportunità. C’è un gap con l’Europa, non parliamo di Stati Uniti, nel consumo di beni e servizi digitali. E va colmato. La domanda è: chi andrà a fare questo business?
Chi lo farà?
Probabilmente saranno attori nuovi, imprese che stanno nascendo o non sono ancora nate. Pensiamo alle attività che si potranno sviluppare attorno agli open data della PA.
Quindi non resta che aspettare la fine della depressione economica?
Lo shopping sarà inevitabile ma il vero ostacolo non è la crisi. In Italia prevale ancora un mood conservatore, c’è poco coraggio, scarsa visione. È il momento di rischiare. Chi lo farà ne raccoglierà presto i frutti.
Quali sono le condizioni del mercato delle start up?
Al momento si percepisce un’atmosfera di sostanziale attesa, che però risente delle condizioni generali di fermo della situazione politico-economica italiana. C’è stato un grande fermento nella fase di elaborazione del decreto promosso dal ministro Passera e, prima ancora, nella fase consultiva in cui era attiva la task force ministeriale. Il 2013 è stato davvero il momento di svolta per le start up grazie all’attenzione, per la prima volta, delle istituzioni, alla nascita di tante imprese innovative e di nuovi incubatori. L’azione legislativa non deve però fermarsi.
Qual è il baco del sistema Italia che frena lo sviluppo digitale?
In Italia non mancano né i soldi né le idee per far nascere nuove imprese digitali. Quello che manca è la cultura dell’imprenditorialità diffusa, del rischio e del fare sistema con tutti gli attori della filiera dell’innovazione – università, incubatori, fondi di venture capital, istituzioni, operatori industriali. Mancano poi modelli imprenditoriali di successo – non importati da oltreoceano dove le condizioni del mercato però sono differenti e molto più favorevoli. A volte manca la consapevolezza della storia imprenditoriale italiana: delle pmi, delle società familiari. Queste realtà potrebbero e dovrebbero evolversi in una condizione economica contemporanea.

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