L'APPROFONDIMENTO

Gig economy, non solo riders. La sfida è la tutela dei lavoratori “fantasma”

Il lavoro da piattaforma sta crescendo vertiginosamente. In Italia si è aperto un percorso di garanzia per i ciclofattorini senza però ancora coinvolgere i professionisti, iscritti agli ordini, che lavorano via app. Contratto nazionale e innovazione giuslavoristica i pilastri della svolta. Il ruolo dei consumatori “critici” per rendere il business più sostenibile

Pubblicato il 14 Ott 2021

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La gig economy esplode in Europa. Secondo le stime di Bruxelles, la dimensione della gig economy è quasi quintuplicata, passando da 3 miliardi di euro nel 2016 a circa 14 miliardi nel 2020, di cui tre quarti provenienti dalle piattaforme di trasporto e delivery. Un fenomeno che produce inevitabili ripercussioni anche sul versante dell’occupazione: nell’ultimo quinquennio, la quota di impiegati nel settore rispetto ai lavoratori totali nell’Ue è cresciuta dal 9,5% a circa l’11%, per un totale di 24 milioni di persone. Di queste, l’1,4% (3 milioni) svolge tramite piattaforma il lavoro principale. Ma lo fa sulla base di contratti che spesso non garantiscono le tutele e le condizioni di stipendio minime cui invece può accedere chi viene qualificato come dipendente.

Il lavoro da piattaforma sta cambiando dunque il paradigma del mercato aprendo scenari nuovi sul fronte dei diritti ma anche della sostenibilità dei modelli di business. Di questo si è discusso nell’ultima puntata di 360On Tv, dal titolo “Non solo rider. Il mercato del lavoro alla prova Gig Economy”.

Un parterre tutto al femminile ha discusso focalizzato gli elementi chiave di questa profonda trasformazione.

Adriana Topo, giuslavorista dell’università di Padova ha evidenziato come il tema del lavoro di piattaforme sia in realtà affrontato in maniera “parziale”. “La gig economy non comprende solamente i riders ma anche tutta una serie di professionisti iscritti agli ordini che attualmente sono esclusi dalle tutele. Attualmente nell’alveo del lavoro dipendente sono stati inseriti solo i riders. Ma la sfida è aprire a tutti i lavoratori delle piattaforme un percorso verso una maggiore tutela e garanzia dei diritti”.

Avendo come bussola il contratto nazionale. In questo senso il percorso sviluppato per i ciclofattorini può essere di esempio, come spiegato da Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil. “Il contratto firmato da Just Eat rappresenta un punto di svolta sia per le tutele e i diritti – le medesime dei dipendenti – riconosciuti ai lavoratori sia per il fatto che mette in pratica quanto previsto  dalla legge 128/2019 sull’eterorganizzazione”.

Ma il Ccnl rischia di non essere sifficiente se non si raccoglie la sfida di “contrattare” l’algoritmo.

“In questo senso serve però una contrattazione ex ante dell’algoritmo che lo renda strumento di conoscenza all’organizzazione dell’azienda ha proseguito Scacchetti –  Solo così si può assicurare che questi sistemi siano inclusivi e non discriminatori. In pratica dobbiamo pensare a forme di partecipazione nelle fasi di progettazione che rendano di nuovo i lavoratori soggetti attivi dei processi”.

L’avvento del lavoro da piattaforme mette in discussione anche il modo di fare sindacato. “Chiaramente anche noi sindacalisti abbiamo dovuto in qualche modo rivedere il modo di organizzarci e relazionarci con un platea di lavoratori “fantasma” – ha sottolineato Irene Pata, coordinatrice del Dipartimento Contrattazione Privata della Uil – Lavoratori nascosti dietro una app, spesso non contattabili perché non visibili: pensiamo ad esempio a chi opera tramite Amazon Mechanical Turk. Anche con i riders, nonostante più visibili perché tutti i giorni sulle nostre strade, non è stato così facile. Di questi non conosciamo il numero esatto a causa della diffusione del lavoro nero e del fenomeno del caporalato digitale che il protocollo firmato a marzo con Assodelivery tenta di frenare”.

Il Protocollo prevede per le piattaforme aderenti ad Assodelivery il rispetto di una serie di tutele: l’adozione di un apposito modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001 e di un Codice etico; l’impegno a non ricorrere ad aziende terze di intermediazione sino a quando non verrà creato un apposito albo; la costituzione di un Organismo di garanzia, composto dai rappresentanti degli Organismi di vigilanza delle singole piattaforme, per vigilare in posizione di terzietà sulle dinamiche lavorative dei rider; e la costituzione di un Tavolo di governance e coordinamento che permetterà un confronto costruttivo con le parti sociali; e il coordinamento dei risultati con l’Osservatorio nazionale istituito presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Le organizzazioni sindacali potranno segnalare eventuali condotte anomale o potenzialmente illegali. Un apposito tavolo di monitoraggio dei risultati dell’Organismo di garanzia si riunirà su base semestrale.

Il fenomeno della gig economy però non riguarda solamente piattaforme e lavoratori ma chiama in causa anche i consumatori.

“Sicuramente l’azione sindacale e la predisposizione di un quadro giuslavoristico al passo con la trasformazione in atto sono cruciali per abilitare un modello di sviluppo sostenibile – ha chiarito Ivana Pais, sociologa dell’Università Cattolica di Milano – Ma non dimentichiamo che le piattaforme così come le conosciamo oggi proliferano anche grazie a un modello di consumo tutto centrato sulla velocità, l’immediatezza e anche sul prezzo basso”.

Ma ci sono alternative? “Sì, il cooperativismo delle piattaforme può rappresentare una valida alternativa, ma perché si affermi è necessario un cambiamento del modello di consumo che deve diventare più critico e anche la disponibilità a pagare di più per un servizio. Ad oggi però funziona solo in alcuni settori di nicchia”.

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