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Global tax, ecco i nodi da sciogliere sull’accordo del G20

Aliquota al 15% per le multinazionali, tra cui spiccano le Big tech: ad alcuni Paesi non basta, mentre gli Usa chiedono lo stralcio delle web tax nazionali. Intanto Bruxelles congela i piani sulla digital tax

Pubblicato il 12 Lug 2021

web-tax

L’accordo sulla global tax è arrivato sotto la presidenza italiana del G20, con il “Patto di Venezia” cui hanno aderito 130 Paesi e giurisdizioni del mondo, rappresentativi del 90% del Pil globale, come si legge nella nota per i media dell’Ocse. La sigla dei grandi delle Finanze arriva dopo anni di trattative in sede Ocse e il via libera del G7, ma restano diversi dettagli da limare e alcuni Paesi da convincere, anche in Ue.

Due i pilastri della global tax su cui è stata raggiunta l’intesa: aliquota minima del 15% e imponibile applicato sui profitti nei Paesi in cui queste aziende operano. Tre Stati europei  – Irlanda, Estonia e Ungheria – non hanno firmato l’accordo. Inoltre, la Francia preme perché l’aliquota minima sia alzata: il 15% è poco sopra (senza contare eventuali deduzioni) a quella applicata, per esempio, in Irlanda (12,5%), tra i Paesi accusati di concorrenza sleale per attrarre le sedi delle multinazionali nel loro territorio.

I Paesi firmatari si sono impegnati per una finalizzazione dell’accordo a ottobre 2021 con l’entrata in vigore della global tax nel 2023. 

Come funzionerà la global tax

La global tax è un pacchetto fondato su due pilastri, spiega l’Ocse. Il pilastro uno assicurerà una più equa distribuzione degli utili e dei diritti fiscali tra i Paesi per quel che riguarda la tassazione delle multinazionali, incluse le grandi aziende digitali. Ricollocherà parte dei diritti di tassare le multinazionali verso i Paesi dove queste imprese operano e generano profitti, indipendentemente dal fatto che abbiano una sede fisica. Il pilastro due cerca di rendere equa la concorrenza sulla tassa sul reddito aziendale introducendo un’aliquota minima globale.

Questa aliquota minima globale è del 15% si applica alle multinazionali con ricavi superiori a 750 milioni di euro. Se un’azienda paga le tasse in un Paese in cui la tassazione effettiva è inferiore al 15%, la percentuale che rimane per arrivare a questa soglia dovrà essere pagata nello Stato di residenza.

Il primo pilastro è quello che riguarda più da vicino le Big tech perché interessa le multinazionali con ricavi oltre i 20 miliardi di dollari e un margine operativo superiore al 10% del fatturato. Una porzione dei profitti di queste aziende, pari al 20-30% degli utili che eccedono il 10%, sarà tassato nei Paesi in cui quelle società realizza le vendite, al netto della sede nominale in qualunque paradiso fiscale. Scopo di questa misura è quello di redistribuire parte del gettito fiscale tra i vari Paesi in cui la multinazionale è opera. Le stime dell’Ocse parlano di 100 miliardi di dollari l’anno che verranno riallocati nei mercati dove le multinazionali operano.

Quanto pesa la tassa sulle Big tech

Questo secondo elemento, sottolineano i ricercatori dello European Network for Economic and Fiscal Policy Research, riguarda un numero molto più ristretto di multinazionali, 78. Il gettito stimato dall’istituto è di 87 miliardi di dollari complessivi. Quasi il 45% di questo totale (cioè 39 miliardi di dollari) sarà versato dalle Big tech americane: Amazon, Apple, Microsoft, Alphabet, Intel o Facebook da soli pagheranno circa 28 miliardi di dollari.

Proprio in virtù di questo “contributo” che daranno le grandi tech company degli Stati Uniti Washington ha chiesto di abolire le web tax approvate nel corso degli anni dai vari Paesi quando la global tax entrerà in vigore (probabilmente nel 2023). La Commissione europea, dal canto suo, congela i piani per la digital tax in attesa dell’approvazione finale della riforma fiscale internazionale a fine ottobre.

Da parte sua il Regno Unito ha chiesto di esentare le aziende della City dall’applicazione delle nuove regole, poiché già soggette a un regime ad hoc.

Quanti soldi recupera l’Italia

Secondo le stime della Fair Tax Foundation, negli ultimi 10 anni i sei maggiori colossi della Silicon Valley – Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google e Microsoft – avrebbero pagato oltre 96 miliardi di dollari di tasse in meno rispetto a quelli che sono i rapporti finanziari effettivi. A fronte di ricavi pari a oltre 6 trilioni di dollari, le tasse pagate dal 2011 al 2020 ammontano a 219 milioni. Il record negativo spetterebbe ad Amazon che, a fronte di entrate pari a 1,6 trilioni di dollari e profitti pari a 60,4 miliardi, ha pagato solo 5,9 miliardi di imposte sul reddito in 10 anni (il 9,8% degli utili).

In base ai calcoli diffusi nel corso della 31esima edizione del Workshop Finanza 2020 organizzato da The European House-Ambrosetti, per l’Italia il cosiddetto dumping fiscale si traduce così: su circa 27 miliardi di dollari di profitti realizzati nel nostro Paese, l’Italia perde annualmente circa 6,4 miliardi di gettito fiscale, che vanno invece in Paesi come Irlanda, Lussemburgo e Olanda dove le Big tech hanno stabilito le loro sedi grazie a una tassazione più favorevole.

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