LA CAUSA

Google, l’affondo dell’Antitrust Ue: “La multa da 4,3 miliardi va confermata”

L’avvocato della Commissione europea, Nicholas Khan, chiude le udienze sul ricorso presentato dal colosso americano. Nessun dietrofront: l’azienda accusata di accordi con i vendor per garantirsi il dominio nel search sui dispositivi mobili. Mountain View sostiene la tesi completamente opposta: “Abbiamo favorito la concorrenza”

Pubblicato il 04 Ott 2021

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Gli accordi stretti da Google con i produttori di smartphone: questo il cuore del dibattimento presso la Corte di Giustizia europea in merito al ricorso presentato da Big G contro la maxi multa da 4,3 miliardi di euro imposta dall’Ue per abuso di posizione dominante nei dispositivi Android.

L’avvocato della Commissione europea, Nicholas Khan, ha affermato che gli accordi stretti da Google mostrano che l’azienda si era “organizzata” l’arena competitiva in modo da essere sempre la prima scelta. Khan si è rivolto aiutare giudici chiedendo di confermare la sanzione.

“Google si assegna la corona del vincitore prima ancora che sia iniziata la gara”, ha detto Khan. La sistematicità di questo modo di procedere, ha proseguito l’avvocato della Commissione europea, “giustifica pienamente la severità della sanzione comminata”.

La difesa di Google: c’è posto per competere sul merito

Google, rappresentata dall’avvocato Meredith Pickford, ha sostenuto invece che tali accordi non erano affatto strumenti anti-concorrenza ma un modo per assicurare che Google rimanesse concorrenziale. E di fronte a Google c’è sempre modo di compere, ha detto Pickford. Ma sul merito: “Se Bing o altri motori di ricerca fossero migliori la gente li sceglierebbe”, ha sostenuto l’avvocato. “Le aziende che hanno successo non restano al vertice se riposano sugli allori e non hanno capacità di competere”.

Pickford rappresenta Big G nella serie di udienze relative alla maxi multa da 4,3 miliardi di euro comminata dalla Commissione europea nel 2018 per abuso di posizione dominante nell’uso di Android sui dispositivi mobili. Si tratta della più grande sanzione di sempre da parte dell’Europa.

Google viene scelta ogni giorno da miliardi di persone come motore di ricerca “non per un abuso di posizione dominante, ma perché è il prodotto migliore, ha proseguito Pickford. “I consumatori non sono stupidi. Se un altro motore di ricerca fosse migliore di Google le persone lo userebbero”. 

Google Search: “Le persone lo scelgono perché è il migliore”

L’avvocato Pickford ha sostenuto in una prima udienza che “Android è un’eccezionale storia di successo del potere della concorrenza in azione. E la Commissione Ue ha chiuso gli occhi sulla vera dinamica competitiva in questo settore, quella tra Apple e Android”.

Nel chiudere il dibattimento la rappresentante legale di Big G è passata a una seconda argomentazione: miliardi di persone usano le app di Google perché sono le migliori, non perché Google stringa accordi con altre aziende, ovvero i produttori di smartphone per pre-installare le sue app.

Tutto il contrario, ha sostenuto l’Ue con l’avvocato Khan: installare i prodotti Google di default, e in particolare Google Search e il browser Chrome, è stato il modo con cui l’azienda ha costruito il suo dominio assoluto nella ricerca Internet.

Lo scontro fra Big G e l’Europa

Nel suo ricorso contro la multa Ue Google non solo sostiene che le accuse dell’Antitrust sul suo sistema operativo sono infondate, ma punta il dito contro la stessa Commissione europea, colpevole di aver “favorito” le rivali. L’avvocato Pickford ha sottolineato che il download di app rivali attraverso il proprio sistema operativo era possibile e che i clienti non erano in alcun modo legati ai prodotti Google su Android.

L’Ue sostiene invece che Google ha utilizzato i contratti con i produttori di telefoni per avere la meglio sui competitor “in un momento critico nello sviluppo del mobile computing, quando il mercato era ancora contendibile”, come affermato da Thomas Vinje, avvocato che rappresenta FairSearch, la cui denuncia ha avviato l’apertura del dossier da parte della Ue nel 2015.

La causa è T-604/18 Google contro la Commissione europea. Le udienze si sono chiuse ma non sono stati forniti tempi sull’emissione del verdetto.

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