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Hate speech, Facebook & co. promosse (per ora) dall’Ue

Il Codice di condotta della Commissione europea contro l’hating online cui hanno aderito anche Google, Twitter e Microsoft produce risultati positivi ma con aree da migliorare. La vice-presidente per la Trasparenza Vera Jourova: “Regole uniformi per tutte le piattaforme”

Pubblicato il 22 Giu 2020

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Passi in avanti nella lotta all’hate speech in Europa. Facebook, YouTube (Google), Twitter e Microsoft, che hanno aderito nel 2016 al Codice di condotta lanciato dall’Ue per combattere razzismo e xenofobia, hanno migliorato l’efficacia del contrasto ai messaggi d’odio e discriminazione. Lo rileva la Commissione europea nella sua quinta valutazione dei risultati del Code of Conduct contro l’hate speech online aggiornata a questi primi mesi del 2020.

Le quattro aziende americane hanno passato al vaglio il 90% dei contenuti segnalati come sospetti all’interno delle 24 ore (contro il 40% nel 2016) e rimosso il 71% dei contenuti bollati come illegali (contro il 28% nel 2016). Tuttavia, le piattaforme online devono ancora migliorare nella trasparenza e nel feedback agli utenti. Inoltre, devono garantire che i contenuti segnalati come possibile hate speech siano valutati sempre con la stessa attenzione, mentre l’analisi della Commissione europea ha rilevato che l’attività di monitoraggio ha prestazioni diverse nel tempo.

Il Codice di condotta contro l’hate speech prevede per le società inadempienti multe pari al 4% dei ricavi annuali.

Facebook fa meglio di tutti

La quinta valutazione del Condice di condotta contro i contenuti razzisti o xenofobi ha portato alla luce anche che il tasso medio di rimozione dei contenuti d’odio, similmente a quanto rilevato nelle precedenti valutazioni, dimostra che le piattaforme online continuano a rispettare la libertà di espressione e evitano di rimuovere i contenuti che non ricadono nella definizione di “hate speech illegale”.

Le piattaforme web hanno risposto e dato riscontro al 67,1% delle notifiche ricevute su contenuti potenzialmente illeciti. Il dato è più alto rispetto al monitoraggio precedente (65,4%). Tuttavia, solo Facebook informa sistematicamente i suoi utenti; tutte le altre piattaforme devono migliorare.

Piattaforme online più “responsabili”

“Il Codice di condotta resta una storia di successo nel contrasto all’hate speech illegale online”, ha commentato Vera Jourova, vice-presidente della Commissione europea per i Valori e la trasparenza. Il Codice “ha portato miglioramenti di cui c’era urgente necessità ma sempre preservando il rispetto dei diritti fondamentali. Ha creato fruttuose partnership tra le organizzazioni della società civile,  le autorità nazionali e le piattaforme It”, ha proseguito la Jourova. “Ora è tempo di assicurare che tutte le piattaforme abbiano uguali obblighi all’interno del Mercato unico e di rendere chiaro nella legislazione quali sono le responsabilità delle piattaforme online nel rendere la navigazione sicura. Ciò che è illegale offline è illegale anche online”.

Il Digital Services Act “farà la differenza”

“I risultati positivi sono i benvenuti, ma non dobbiamo accontentarci di questi miglioramenti, dobbiamo andare avanti”, ha commentato Didier Reynders, commissario alla Giustizia. “Chiedo con forza alle piattaforme di chiudere il divario osservato nelle valutazioni più recenti, in particolare nel fornire feedback agli utenti e nella trasparenza. In questo contesto, il Digital Services act in arrivo in Europa farà la differenza, perché creerà un quadro di riferimento europeo per i servizi digitali e complementerà le iniziative esistenti dell’Ue per contrastare l’hate speech illegale online. La Commissione studierà anche la possibilità di imporre alle piattaforme web misure vincolanti sulla trasparenza in modo che informino con chiarezza su quali sono le modalità adottate per il contrasto all’hate speech”.

La stretta regolatoria di Bruxelles

Già indiscrezioni dei media pubblicate lo scorso mese parlavano di un possibile giro di vite della Commissione europea sulle web companies con il varo del nuovo Digital services act. Bruxelles vorrebbe infatti chiarire il ruolo delle Big Tech in termini di potere di mercato, responsabilità penali e trasparenza nell’advertising online: per questo ha aperto una consultazione pubblica coinvolgendo governi, fornitori di servizi digitali e utenti finali.

Il questionario copre una varietà di temi: il potere di “gatekeeper” (controllo degli accessi online) dei colossi del web, questioni antitrust, responsabilità penale per i contenuti illegali o dannosi postati sulle piattaforme e anche i diritti dei lavoratori della gig economy; coinvolge così numerose altre aziende, tra cui Apple e Uber.

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