L'INTERVISTA

Healy: “Copyright grande sfida dell’economia digitale”

Il direttore del Copyright Clearance Centre: “C’è un gran fermento attorno alla questione della protezione del diritto d’autore. Bisogna creare le condizioni per incoraggiarla”

Pubblicato il 21 Feb 2013

“Siamo in molti a lottare per tutelare il diritto d’autore: è possibile che venga modificato e non sia più come è concepito oggi, ma ha un ruolo così importante nella nostra società, e in particolare nell’economia digitale, che è impossibile farne meno”. A sostenerlo è Michael Healy, direttore esecutivo del Copyright Clearance Centre, società indipendente Usa che si occupa di diritto d’autore in tutte le sue forme. In vista all’Ambasciata americana a Roma, l’esperto in nuove tendenze editoriali non teme che il web, con la sua disinvoltura nell’utilizzo di contenuti altrui, finisca per distruggere, o comunque danneggiare in modo pesante, la proprietà intellettuale. Anzi, è fiducioso nel futuro.
Siti pirata, portali che rilanciano contenuti, progetti che puntano a pubblicare online milioni di opere senza contributi per gli autori. Il copyright è destinato a morire nell’ecosistema di Internet?
Non credo. Sono le circostanze che stanno cambiando. Viviamo in un’economia digitale dell’informazione e, se vogliamo vedere innovazione, dobbiamo creare le condizioni per incoraggiarla. A questo servono i diritti d’autore e più in generale i diritti della proprietà intellettuale: incoraggiare e proteggere l’innovazione. Ma ovviamente oggi il panorama è del tutto diverso da quando furono preparate per la prima volta le normative sul copyright.
Cosa è cambiato?
Il Copyright Act negli Usa è stato approvato nel 1978, lo stesso anno in cui Steve Jobs ha creato Apple. Una legislazione ormai vecchia sta regolando un’economia che è cambiata radicalmente. Risultato: tensioni e problemi. Ecco perché molti governi in tutto il pianeta stanno rivedendo le loro leggi. Trent’anni fa i soli interessati a discutere di copyright erano accademici e avvocati, adesso è notizia da prima pagina.
Lei conosce bene la situazione statunitense e anche quella europea. Cosa sta succedendo?
Di recente il governo britannico ha commissionato una revisione del copyright a Richard Hooper, già vicepresidente di Ofcom (l’Authority britannica per le comunicazioni, ndr), con l’obiettivo di cercare soluzioni per modernizzare la concessione dei diritti d’autore. Nella Ue sono in corso una serie di attività. Di recente è stata emanata una direttiva sulla gestione collettiva e ci sono progetti in atto anche sulle ‘opere orfane’, quelle per le quali non è possibile risalire agli autori. Direi che è un periodo molto energico in tutta Europa. Negli Usa invece c’è stata una attività legislativa relativamente limitata. Sarebbe lungo fare un esame globale di quello che sta succedendo con i governi e il copyright: possiamo dire solo che c’è un gran fermento.
Ci sono movimenti che invocano accesso illimitato e gratuito alle informazioni in Rete.
Sono piccoli e su base nazionale. Penso al Pirate Party in Scandinavia e in Germania. Ma nella realtà come è possibile investire in espressioni innovative, siano esse letteratura o scienza o ricerca scientifica, se non c’è un’opportunità di essere ricompensati per questo investimento?
Ma anche i giganti del web vengono accusati di voler aggirare il diritto d’autore. È successo con il progetto di Google per mettere online 16 milioni di libri, caso di cui lei si è occupato.
Quando, 7 anni fa, partì il Google Library Project autori ed editori ritennero di non essere stati consultati in modo appropriato, perciò ciascuno avviò una causa contro BigG. Si provò a unificare attraverso una class action, ma un magistrato bocciò l’operazione. Lo scorso ottobre l’associazione degli editori americani ha raggiunto un accordo con Google. Ma gli autori stanno ancora lottando. Una cosa è chiara: gli autori non saranno ricompensati direttamente da Google. Ecco perché la causa va avanti e, a mio parere, non terminerà in tempi brevi.
Google non dà il buon esempio.
Il Google Library Project è un progetto enorme che pochi altri avrebbero le risorse per portare avanti. Va specificato che, proprio a causa delle azioni legali in corso, quei 16 milioni di volumi non sono ancora visibili online. Peraltro ci sono mass digitalization projects in tutto il mondo. Il vantaggio è la possibilità di rendere accessibili attraverso il formato digitale libri altrimenti introvabili. Io comunque auspico che autori e Google trovino un equo accordo.

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