PUNTO DI VISTA

I digital native alla prova computer

I giovani sanno usare tecnologie avanzate, ma non sanno sfruttare le potenzialità del “vecchio” pc. Servono modelli didattici che favoriscano la condivisione e la creatività

Pubblicato il 30 Mar 2013

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All’università sono iniziate le lezioni del secondo semestre e come sempre mi sono trovata davanti nuove persone appassionate ed entusiaste della vita: vederle e ascoltarle è sempre un grande piacere. Sono tutti over 25, quasi alla fine del curriculum studiorum e spaventati di sapere che cosa sarà di loro. Tutti utenti eccellenti di smartphone e di social network, tutti danno per scontata l’esistenza di alcune tecnologie digitali in mezzo alle quali sono nati, con le quali convivono e delle quali riescono ad approfittare con grande intelligenza. Benissimo! In realtà c’è una cosa che mi lascia perplessa. Si tratta della loro capacità di capire che è la “macchina” che dovrebbe essere al loro servizio e non il viceversa.
Provo a spiegarmi meglio. Parlando di come hanno impostato la loro tesi di primo livello a domanda esplicita – “l’indice lo avete fatto a mano?” – hanno risposto: “certo, perché si può fare altrimenti?” Ecco, sono utenti smart di tecnologie smart che diventano utenti “dummies” nell’uso di tecnologie un po’ più vintage ma che sono sicuramente ancora utili, come gli editor di testo.

Davanti alla loro risposta ho iniziato a capire di più e sono venute a galla molte altre “non competenze” analoghe a quella dell’indice automatico (fare le note a piè di pagina, “collegare” un elenco di indirizzi di un foglio elettronico ad un documento di testo, che cos’è e a che cosa serve un wiki, come si utilizza e condivide un documento tramite un editore di testo online, come fruire al meglio dello storage sul cloud, come proteggere i propri dati e la propria privacy in rete). Che fare allora? Qualcuno propone la famosa patente europea per l’uso del computer (Ecdl), un attestato che certifica il possesso di alcune competenze informatiche. Personalmente ritengo che non sia la giusta soluzione: nessuno ha insegnato loro come usare uno smartphone o Facebook o Ruzzle e, soprattutto, nessuno di loro ha letto un manuale in proposito eppure li sanno maneggiare e gestire. Allora cosa manca?
Manca la cultura che dovrebbe permettere ai nativi digitali di capire che una macchina è fatta per semplificare la vita delle persone – non per complicarla – e che un computer probabilmente già può fare quello che vorrebbero che facesse.

Si tratta di cambiare angolo di visione. Si tratta di imparare ad adattare il modello che quotidianamente i giovani applicano per le “loro” tecnologie anche al “vecchio” computer, tecnologia meno “smart” ma altrettanto ricca di funzionalità. Nessuno può insegnare in un tempo finito tutto quello che un computer può fare, ma così come la scuola dovrebbe insegnare non le informazioni, ma come trovarle, altrettanto bisognerebbe fare con le tecnologie. Mi piacerebbe che questo diventasse per gli studenti un metodo con cui affrontare la vita e non solo per usare le tecnologie. Un metodo, un approccio alla risoluzione di problemi. Ma non sono affatto certa che questo si possa facilmente insegnare come metodo di vita, come metodo sistematico per analizzare, valutare, risolvere. I nativi digitali dovrebbero, in sintesi, usare lo strumento di cui hanno imparato le istruzioni elementari per garantirsi il suo l’utilizzo “banale” con lo stesso approccio “olistico” e “trial and error” che quotidianamente adottano per le tecnologie più recenti di cui sono fruitori più che esperti.
Possibile? Forse. Facile? Certo che no. I docenti per primi non dovrebbero dare per scontato nessun metodo formativo e adottare i modelli propri della società della conoscenza favorendo lo scambio, la ricerca, la creatività ma anche la collaborazione e la condivisione. Proviamoci.

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