PRIVACY

I paesi dell’Ue fra Schengen e il Gdpr

Il nuovo Regolamento sulla privacy è utile per affrontare al meglio le sfide imposte dalla digitalizzazione. La rubrica di Rocco Panetta

Pubblicato il 05 Feb 2016

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L’aggravarsi ed il perdurare della crisi dei migranti, che dai Paesi in guerra del bacino del Mediterraneo tentano di approdare in Europa, sta mettendo sotto stress, da alcuni mesi, ed in maniera sempre più profonda, l’idea che abbiamo di Europa, ciò che per noi essa rappresenta e ciò che ci è stato insegnato debba essere, e soprattutto sta indirizzando le azioni politiche dei Governi degli Stati membri dell’UE verso un ripensamento di taluni assetti istituzionali e delle dinamiche relazionali fra Stati, faticosamente definiti negli ultimi trenta anni.

A farne le spese, è sopra tutti il trattato di Schengen. Come noto, con gli accordi siglati a Schengen nel 1985 e via via estesi a tutti i Paesi dell’Unione, sono caduti vincoli e controlli per le persone alle frontiere tra gli Stati aderenti.

Tutti i Paesi dell’UE hanno aderito ad eccezione di Regno Unito ed Irlanda, ma al tempo stesso e in cambio alcuni Paesi non membri dell’UE hanno aderito al sistema Schengen – si pensi alla Norvegia, alla Svizzera, all’Islanda e al Liechtenstein.

Grazie a Schengen per attraversare il noto “confine di Stato” tra Ventimiglia e Mentone non è più necessario mostrare alcun documento. Ciò è stato possibile anche grazie a un sistema di coordinamento tra le polizie di frontiera e le altre autorità di controllo che, aderendo al SIS, al Sistema d’Informazione Schengen, trattano informazioni personali in tempo reale, permettendo la piena libertà di circolazione dei dati personali e dei cittadini dell’Unione.

Una delle importanti conseguenze degli accordi di Schengen è stata proprio la creazione di un sistema di “free movement” dei dati personali, regolato e disciplinato dalla Direttiva 95/46/CE e dalle varie leggi nazionali di recepimento, tra cui spicca il nostro d.lgs. n. 196/2003, anche noto come Codice Privacy.

Come noto, il 15 dicembre scorso, le tre istituzioni dell’Unione: Commissione, Parlamento e Consiglio hanno raggiunto l’accordo politico su un testo di regolamento che, se approvato, darà vita ad una nuova disciplina sulla circolazione e protezione dei dati personali, attraverso l’adozione di una c.d. General Data Protection Regulation – GDPR, destinata a mandare in pensione entro i prossimi tre anni le attuali regole vigenti in materia di privacy.

La cosa curiosa che emerge in questo scenario è la seguente: da un lato, con sgomento assistiamo allo sgretolamento progressivo dell’incompiuto edificio europeo, con attacchi continui e delegittimazione crescente dei presidi comunitari – bene ha fatto, in tal senso, in più occasioni di recente, il Governo italiano a richiamare tutti ad una maggiore coesione e trasparenza anche nei rapporti fra Stati, evitando di alimentare nella prassi la diarchia franco-tedesca, vero elemento eversivo dello spirito comunitario – anche sospendendo unilateralmente Schengen o minacciando Stati, come la Grecia, di esser cacciati dal sistema.

Dall’altro lato, nonostante le profonde e storiche diversità tra gli Stati membri , in maniera idiosincratica l’Europa si appresta ad avere nuove norme ancora più uniformi in materia di circolazione dei dati personali. Da un lato si bombarda Schengen, mentre dall’altro lo si rafforza nelle sue fondamenta.

Avere la GDPR è un bene. Non si può pensare di affrontare le tante sfide ed opportunità che Internet e la società digitalizzata pongono attraverso un approccio asimmetrico al trattamento dei dati. In tempi non sospetti, nel 2005, curai per Giuffrè una raccolta di saggi sul Codice Privacy, titolando magicamente proprio “Libera Circolazione e Protezione dei Dati Personali”, volendo porre in tal modo l’accento proprio sui profili del free movement dei dati piuttosto che su quelli relativi alla privacy.

Dalla sfida di Schengen l’Europa potrà uscirne rafforzata o menomata.

I segnali che le istituzioni hanno dato con l’accordo sulla GDPR lasciano ben sperare, ma non possiamo esimerci dal dubbio che la mano destra – le istituzioni europee – non sappia e non veda cosa faccia la mano sinistra – gli Stati nazionali, e viceversa.

E’ tempo di ritrovare la coerenza interna del sistema e di ridare fiducia all’Unione ed ai suoi cittadini.

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