PRIORITà INDUSTRIA

Imprese a banda (troppo) stretta

Numerosi i distretti e le aree industriali in broadband divide: la maggior parte delle connessioni non va oltre i 2 Mb e nelle situazioni più critiche l’Adsl manca del tutto. Una situazione che mette a rischio la produttività e la competitività dell’Italia e rende difficile l’attuazione dell’Agenda digitale. Ma la rivoluzione è anche culturale: piccoli imprenditori a digiuno di “economia” dell’Ict

Pubblicato il 02 Apr 2012

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Portare la banda larga a tutte le aziende italiane e “riempire” le infrastrutture di servizi su misura di imprese: è questa la sfida più ardua per l’Italia, quella su cui si gioca il futuro del Paese in termini di produttività, competività e globalizzazione. E in gioco c’è anche l’attuazione del “capitolo” dell’Agenda digitale che punta alla sburocratizzazione, all’adozione di procedure unificate nei confronti della PA, alla semplificazione e alla digitalizzazione.

L’elevata presenza di piccole e medie imprese – la maggior parte di quelle nazionali – poco avvezze a fare rete e di conseguenza a comprendere i benefici che la “Rete delle reti” può generare in termini di profittabilità del business, rappresenta senza dubbio l’ostacolo numero uno sul cammino. E ne è dimostrazione lo scarso utilizzo di Internet e soprattutto degli strumenti telematici anche laddove l’offerta non manca.

Le aziende, in particolare quelle di piccole dimensioni, non sono dotate al loro interno di risorse adeguate in grado di definire una strategia Ict a sostegno del business; spesso, anzi quasi sempre, la connettività fa il paio con il mero accesso a Internet e all’uso della posta elettronica. Ma quasi mai la Rete diventa volano di new business.

E l’approccio dei provider si dimostra anch’esso poco efficace: i venditori si limitano il più delle volte a proporre il servizio di connettività tout court. E va da sé che in questo modo è il “prezzo da pagare” l’unico elemento preso in considerazione dal piccolo imprenditore che tende a ragionare al “ribasso” visto e considerato che gli sfugge il ruolo “proattivo” della Rete. “Se si vuole davvero dare una spinta alla digital economy serve un doppio salto di paradigma”, spiega Cristoforo Morandini, Associated Partner di Between. “Il servizio di connettività deve essere sempre più intrinsecamente associato agli strati applicativi, ossia l’offerta va modulata in termini di infrastructure as a service, che si integrano poi con le diverse soluzioni applicative di interesse delle aziende. Solo in questo l’imprenditore potrà valutare i reali benefici e considerare il costo un investimento utile e non una spesa accessoria evitabile, in particolare quando bisogna fare i conti con la crisi economica”.

Passare all’azione è urgente: in Italia ci sono migliaia di aziende in broadband divide e anche laddove i servizi Adsl non mancano la necessità di alzare l’asticella in termini di banda disponibile si fa impellente. Se si ragiona in termini di imprese (si veda tabella in pagina) la maggior parte delle connessioni nei 156 distretti nazionali è ferma ai 7 Mbps, ben al di sotto di quella garantita nelle aree urbane. E per l’11% delle imprese distrettuali non è garantita nemmeno questa opzione. Se poi si va ad esaminare la situazione della disponibilità di servizi con capacità oltre i 7 Mb il gap sale addirittura al 36%. “Il problema è a macchia di leopardo, ma si evidenziano alcune situazioni davvero critiche: Campania, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Sicilia sono le regioni in cui il problema è più evidente”, puntualizza Morandini. Alcune delle problematiche sono state sanate grazie alla discesa in campo dei Wisp, che sono andati a intervenire proprio nelle aree più sguarnite di banda. Ma non può essere comunque solo questa la soluzione. E anche l’Lte non potrà rappresentare l’uovo di Colombo. Il 4G mobile potrà certamente dare un contributo importante in particolare nelle aree remote, ma non potrà risolvere una delle maggiori criticità: quella della garanzia di qualità e stabilità del collegamento, che in ambito business conta molto di più della semplice disponibilità di Mbps di download a disposizione. “Occorre una diffusione uniforme della banda larga e una ‘larghezza’ minima sufficiente per supportare i servizi avanzati che servono alle imprese – sottolinea Giorgio Rapari, presidente di Assintel -. Questa è la criticità infrastrutturale numero uno da risolvere, per tutto il sistema imprenditoriale e per le aziende che vogliono innovare. Senza una banda larga efficiente tutte le innovazioni legate al cloud computing e all’integrazione con il ‘mobile’ crollano, perché basate sulla disponibilità effettiva e costante della rete”.

Ma l’Italia sarà in grado di vincere questa sfida? Come si potranno conciliare gli interessi delle aziende con quegli degli operatori di Tlc? Se è vero che i principali player, a partire da Telecom Italia, ma anche la “nuova” Metroweb, hanno acceso i riflettori sulla questione delle aree industriali è anche vero che ai proclami non sono seguiti, almeno per il momento, piani concreti. “Sarebbe auspicabile portare l’Adsl almeno a 7 Mbit/s a tutte le imprese dei principali distretti industriali ancora in digital divide”, ha dichiarato qualche settimana fa Franco Bernabè, presidente esecutivo di Telecom Italia nel corso di un’audizione in Commissione trasporti della Camera. Vito Gamberale, numero uno di F2i (il fondo che controlla Metroweb) nell’annunciare lo scorso ottobre il Piano Ngn sottolineava che “la prima naturale utenza per la banda ultralarga è il mondo delle imprese, dei distretti industriali”. Peccato però che il piano da 4,5 miliardi annunciato nei giorni scorsi mira a portare la fibra ottica in 30 città entro il 2015 con velocità di connessione a 100 Mb. È un piano che si concentra sulle aree ad elevata remunerazione. La questione dei distretti è stata dunque (almeno per il momento) accantonata.

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