Industria 4.0, i campanili digitali non servono

Per l’Italia la sfida è immensa, perché parte da basi culturali arretrate: modesta conoscenza dell’inglese, ritardi nell’alfabetizzazione digitale, scarsa frequentazione delle facoltà scientifiche. Poi c’è la questione PA. Ma ancor più grave il ritardo delle imprese rischia di mettere a repentaglio l’innovazione del mercato

Pubblicato il 05 Feb 2016

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Nel recente Forum di Davos una posizione centrale è stata riservata a Industria 4.0. Ciò la dice lunga sull’importanza e gli impatti (anche devastanti a non saperli gestire) che la rivoluzione industriale in corso avrà per le economia mondiali, gli equilibri tra i Paesi, le dinamiche sociali.

Secondo uno studio del WEF, nei prossimi cinque anni le 15 maggiori economie perderanno 7 milioni di posti di lavoro “tradizionali”. In aggiunta, le nuove tecnologie, ne creeranno appena 2 milioni. Magari le cifre saranno sbagliate in eccesso (ma potrebbero esserlo anche in difetto), ma il trend è quello.

Internet mobile, cloud, big data, nuove fonti energetiche e relative tecnologie, Internet of the things, crowdsourcing, sharing economy, robotica avanzata, veicoli autoguidati, piattaforme P2P, intelligenza artificiale, machine learning, manifattura avanzata, stampa 3D, materiali innovativi, biotecnologie, genomica: sono gli agenti di cambiamenti profondi.

Le società che sapranno accompagnarli sono destinate ad avere successo, le altre declineranno. Per l’Italia la sfida è immensa. Perché parte da basi culturali arretrate. Si pensi alla modesta conoscenza dell’inglese, ai ritardi nell’alfabetizzazione digitale, alla scarsa frequentazione delle facoltà scientifiche. Ci sono poi gli ostacoli di una pubblica amministrazione ancora improntata da logiche, mentalità, regole, catene gerarchiche e procedure impostate sul processo cartaceo, non sul servizio erogato.

Ancora più grave è il ritardo delle imprese, perché proprio da loro dovrebbe venire la spinta più forte al cambiamento tecnologico ed è su di loro che si faranno più sentire gli impatti del mercato globale 4.0. Secondo uno studio dell’Ucimu, quasi l’80% delle nostre aziende non ha un sistema informatico integrato negli apparati produttivi.

È questa la situazione di molta Italia. A cambiarla non basteranno né l’atteso (da tempo ormai) piano del governo Industria 4.0, né incentivi all’innovazione che rischiano di essere poco più che aspirine.

Ci vuole, invece, uno sforzo complessivo a tutti i livelli e da parte di molteplici attori. Lo Stato deve stimolare le iniziative e concentrare i suoi interventi su poche tecnologie di punta in cui l’Italia può eccellere. Non è più il tempo di una fabbrica per ogni campanile. Nemmeno se digitale.

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