Il ruolo degli algoritmi nell’era della PA digitale, l’impatto dei social network nella diffusione incontrollata delle fake news, l’effetto dei processi di digitalizzazione nell’esercizio dei diritti. Sono i temi chiave della seconda edizione dell’International Forum for Digital and Democracy (IfDad), promosso dall’associazione Copernicani e dal think tank Re-Imagine Europa insieme alla Fondazione Luigi Einaudi e patrocinato da Commissione Ue, ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’organizzazione Onu Sustainable Development Solutions Network. Patrizia Feletig, presidente dell’associazione Copernicani, spiega a CorCom come si svolgerà l’iniziativa e la filosofia che la anima.
Feletig, IfDad torna con questa seconda edizione per approfondire argomenti chiave che riguardano la relazione tra digital transformation e democrazia.
Partiamo da un numero che dà il polso della situazione globale: oggi solo il 46% della popolazione mondiale vive in un regime assimilabile in qualche misura a una democrazia piena o imperfetta. Un dato che deve necessariamente portare ad analizzare il ruolo di strumenti, come quelli digitali, che sembravano dover funzionare da acceleratori verso contesti socio-economici più democratici e che, invece, spesso hanno funzionato in maniera inversa. È una “involuzione” che non si può ignorare, soprattutto in tempi come questi dove si rileva una certa disaffezione verso le istituzioni. Ecco, in questa edizione di IfDad vogliamo far emergere e analizzare le criticità perché le tecnologie digitali possano essere tornare ad essere leve di uguaglianza e democrazia.
Un focus particolare, quest’anno, è sull’e-governement e sui rischi legati a una mancata regolamentazione dell’algoritmo. Ci spiega quali sono?
Nella sessione dedicata all’e-gov accendiamo un faro sugli effetti degli algoritmi di intelligenza artificiale nell’accesso ai servizi pubblici. E come eventuali bias possano ledere i diritti dei cittadini. È un fronte ancora poco esplorato, ma che necessita di un’attenzione precipua come dimostra il caso olandese. Nel 2021 il primo ministro Mark Rutte è stato costretto a dimettersi in seguito ad uno scandalo in cui le autorità fiscali del Paese hanno perseguito ingiustamente famiglie per frode ai sussidi per l’assistenza all’infanzia. Il fisco aveva selezionato le famiglie in base a un algoritmo di apprendimento automatico di cui non si conosceva il codice e che operava in base ad alcuni bias che portava ad identificare i nuclei anche in base all’etnia. Un episodio emblematico di quanto sia urgente riflettere sulla mancanza di un adeguato sistema di check and balances e sul ruolo del fattore umano nei processi di digitalizzazione della PA. Oggi il controllo sui software da parte dello Stato è un potere reale che può aprire la strada verso una sorte di “Leviatano digitale” che attraverso una raccolta massiva e indiscriminata di informazioni ed esperienze, instaura una sorveglianza di massa e social scoring per tracciare, orientare, censurare i comportamenti dei suoi cittadini assimilati metaforicamente a codici a barre con gambe.
La pandemia e la guerra hanno fatto risaltare il ruolo dei social media nelle dinamiche dell’informazione ma anche della disinformazione.
I social media hanno oggi un potere immenso, lo si vede dalla velocità e pervasività con cui trasmettono le informazioni ma anche da come i regimi autoritari decidono lo “shut down” delle piattaforme quando non in linea con la loro propaganda. Sono però al contempo veicolo di disinformazione: sta qui tutta la contraddizione sul ruolo che Facebook & co possono ricoprire dentro i processi democratici.
C’è un antidoto allo strapotere dell’algoritmo che, come diceva Shoshana Zuboff, apre le porte al capitalismo della sorveglianza e a quello dei social che, spesso, impediscono la strutturazione di un pensiero “libero”?
C’è è si chiama cambiamento culturale. Serve un grande impegno nell’alfabetizzazione digitale ai tempi della disintermediazione. Prima dell’avvento del digitale, la stampa faceva da intermediaria tra i lettori e i fatti. Oggi milioni e milioni di persone sono esposte a notizie delle quali non sempre è chiara la gerarchia delle fonti. La disintermediazione ci lascia in balìa del guru di turno o degli influencer e questa situazione, spesso, fa sì che non si riesca a discernere la verità. Dico questo non perché credo che i social siano un male in sé ma perché, al contrario, credo che possano svolgere un ruolo “sano” nella strutturazione di una opinione pubblica consapevole e nel miglioramento dei meccanismi della democrazia.
Ci sono antidoti “digitali” anche?
Esistono iniziative innovative in questo senso nelle quali il digitale consente delle sperimentazioni avveniristiche nei processi decisionali nella partecipazione attiva dei cittadini alla cosa pubblica. Un esempio è la piattaforma Pol.is, un sondaggio online che ricorre al crowdsourcing e funziona grazie a tecniche di statistica avanzata integrati ad elementi di intelligenza artificiale per consentire la visualizzazione grafica in tempo reale dei cluster di opinioni e le sfumature nascoste nei dibattiti divisivi. In Danimarca, invece, è stato lanciato il Synthetic Party, un partito che concorrerà alle elezioni del 2023, il cui programma è stato creato con l’intelligenza artificiale per intercettare i voti degli astenuti nelle ultime elezioni. In Italia, dove il partito del non-voto è in costante in crescita dal 1979 raggiungendo nelle ultime elezioni il 36%, costituirebbe la prima forza politica.
Insieme al cambiamento culturale è necessario anche uno sforzo regolatorio…
Certamente, anche se su questo c’è molto scetticismo. Secondo una survey che abbiamo realizzato in occasione del forum solo il 12% dei partecipanti è fiducioso nel fatto che i governi siano in grado di gestite la transizione verso il machine learning e l’intelligenza artificiale anche se il 50% è convinto che serva una regolamentazione più efficace. E ovviamente se i cittadini sono convinti che le tecnologie 4.0 porteranno più problemi che benefici si otterrà un effetto boomerang. Ecco perché serve , come ho appena evidenziato, uno sforzo che deve precipuamente essere di natura culturale: i cittadini devono essere informati dei meccanismi di funzionamento della democrazia ai tempi del digitale perché diventino consapevoli di come devono esercitare oggi i loro diritti.