LA RICERCA

Intelligenza artificiale, Italia avanti adagio: trainano banche e assicurazioni

I dati dell’osservatorio Artificial Intelligence della School of management del Politecnico di Milano: solo il 56% delle imprese ha avviato progetti su AI, soprattutto nell’intelligence data processing e nelle chatbot. Crescono le startup specializzate

Pubblicato il 12 Feb 2018

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L’interesse c’è, ma porta con sé anche una buona dose di cautela: per questo l’intelligenza artificiale pur suscitando la curiosità delle imprese italiane non ha ancora preso piede – anche se scala internazionale – in maniera pervasiva. Ma aumenta il numero delle imprese che iniziano a studiarne – e in alcuni casi a sperimentarne – le possibili applicazioni sul business, con in prima linea il settore bancario e – quanto alle tecnologie – con una rapida diffusione dell’intelligence data processing e dei virtual assistent o chatbot. E’ quanto emerge dalla ricerca realizzata dall’osservatorio Artificial intelligence della School of management del Politecnico di Milano, presentato questa mattina durante il convegno “Artificial intelligence: prospettive dalla ricerca al mercato”. Lo studio ha preso in considerazione 721 imprese e 469 casi di utilizzo di Artificial Intelligence, riferibili a 337 imprese internazionali ed italiane. Ne emerge che in Italia il 56% del campione ha già avviato progetti di Artificial Intelligence (ma in Francia e Germania la percentuale sale al 70%) con progetti orientati nel 35% dei casi sull’Intelligent Data Processing e nel 25% dei casi su tecnologie di Virtual Assistant/Chatbot. Altra caratteristica del mercato italiano è che le aziende sono meno propense alla sperimentazione, e prediligono settori “maturi”. Questo consente loro di mettere a regime le soluzioni (nel 52% dei casi in Italia contro il 38% della media internazionale). Quanto infine ai campi in cui l’AI è più diffusa, insieme alle già citate banche, assicurazioni e finanza (17%) ci sono automotive (17%), energia (13%), logistica (10%) e telco (10%).

“L’Artificial Intelligence potenzialmente non conosce confini applicativi e inciderà progressivamente sul tessuto economico e sociale di ogni paese – sottolineano Nicola GattiGiovanni Miragliotta e Alessandro Piva, direttori dell’Osservatorio Artificial Intelligence – La velocità di diffusione nei diversi ambiti non sarà omogenea, ma dipenderà da fattori tecnologici e di conoscenza. Le imprese italiane stanno ponendo a questo tema grande attenzione per non perdere occasioni di miglioramento della competitività. Per coglierne a pieno i potenziali benefici, però – continuano – devono innanzitutto conoscere a fondo l’offerta di soluzioni disponibili e poi intervenire sui processi organizzativi e sul rafforzamento delle competenze, perché le persone siano effettivamente in grado di valorizzare le abilità delle macchine”.

“Dalla ricerca emerge come un qualsiasi progetto di Artificial Intelligence nelle fasi iniziali necessiti di un grande investimento da parte dell’impresa, non solo in termini economici – aggiungono Gatti, Miragliotta e Piva – al momento, le soluzioni pronte all’uso sono limitate e per raggiungere un livello di prestazioni simile o superiore a quello umano spesso richiedono lavoro sia in fase preparatoria, per le infrastrutture, il patrimonio informativo, le competenze e la cultura, che in corso d’opera, per l’apprendimento della macchina e il miglioramento. Nei progetti di AI serve perseveranza e orientamento al risultato, che si ripagano con le prestazioni, ma anche con un vantaggio competitivo difendibile in termini di Know-how”.

Oltre all’Intelligent data processing e alle chatbot, l’intelligenza artificiale è utilizzata nelle soluzioni di Recommendation (10%), Image Processing (8%), Autonomous Vehicle (7%) e Intelligent Object (7%). Meno diffuse le soluzioni di Language Processing (4%), e Autonomous Robot (4%). Se si analizzano gli ambiti con un maggior numero di progetti a regime in testa c’è la Recommendation (raccomandazioni personalizzate per indirizzare le decisioni del cliente in diversi momenti del percorso d’acquisto basandosi su informazioni fornite dagli utenti stessi) con il 62%, il Language Processing (50%), l’Intelligent data processing (42%), i Virtual Assistant/Chatbot (40%).

“Siamo solo agli inizi di un percorso di diffusione e di comprensione del potenziale dell’intelligenza artificiale, che porterà a definire meglio i confini applicativi e il grado di intelligenza di una soluzione – spiega Gatti – Dall’autovettura che si guida da sola all’elettrodomestico che impara stile di vita e necessità della famiglia, dall’assistente personale che consiglia le decisioni di spesa fino ai robot assistenziali per disabili e anziani, ogni esperienza del quotidiano può essere ripensata alla luce delle capacità delle macchine. La velocità con cui questo avverrà dipenderà dall’esistenza di soluzioni tecnologiche consolidate, dalla capacità di gestire un delicato cambiamento nelle organizzazioni e dal bilancio tra valore dell’innovazione e costo del rendere intelligenti prodotti e processi”.

Ma in quale ramo della propria attività le aziende applicano maggiormente soluzioni che utilizzano l’intelligenza artificiale? In testa ci sono i processi dedicati alla relazione col cliente: marketing, sales e customer service raccolgono da soli il 40% delle applicazioni. Un altro 40% si concentra su tutti gli altri processi interni, come Operations, Hr, Ricerca e sviluppo e Finance. Soltanto nel 20% dei casi l’Ai viene utilizzata per le funzionalità die prodotti per migliorarne le prestazioni o spingere sulla user experience.

Che il settore dell’AI sia vitale e abbia importanti prospettive di sviluppo, intanto, è testimoniato dal proliferare di startup: la ricerca ne censisce 460 startup a livello internazionale, fondate dal 2013 in avanti e finanziate a partire dal 2016, capaci di raccogliere complessivamente 2,2 miliardi di dollari, un valore significativo con un finanziamento medio in crescita nell’ultimo anno da 5,5 a 8,8 milioni di dollari, con in prima fila le soluzioni di Autonomous Vehicle.

Infine il tema dell’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione: dallo studio dell’osservatorio emergono  tre segnali incoraggianti, che sembrano smentire i pessimisti: nei progetti di Ai la domanda di lavoro è infatti finora cresciuta, e “le soluzioni di AI oggi sono utilizzate più come leva competitiva esterna per migliorare i servizi e la qualità che non come strumento per aumentare l’efficienza interna – spiega la ricerca – Infine, le imprese appaiono consapevoli della delicatezza del tema, selezionando attentamente i progetti da attivare, considerando sia i benefici attesi sia l’accettabilità interna ed esterna dell’innovazione”.

“I risultati incoraggianti devono consigliarci un tono non allarmistico, senza però porre il tema in una luce semplicisticamente positiva – conclude Miragliotta – Sarebbe sbagliato infatti abbracciare con acritico e superficiale entusiasmo le capacità dell’Artificial Intelligence, servono riflessione e responsabilità”.

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