IL CASO

Internet company, Olanda nuovo paradiso fiscale

Scoppia il dibattito sulla legislazione fiscale dei Paesi Bassi: Google & co fanno transitare nel Paese a costo zero il denaro diretto verso società di comodo all’estero. Parlamento in rivolta: “Rovinata la nostra reputazione”

Pubblicato il 23 Gen 2013

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Anche l’Olanda è un paradiso fiscale per Yahoo, Google, Dell e altre multinazionali. Come è emerso da una recente inchiesta di Bloomberg, le tre aziende hi-tech hanno aperto sedi nei Paesi Bassi per approfittare della favorevole politica fiscale. Su questo argomento nel Paese si è creato un dibattito che ha visto il parlamento chiedere chiarimenti al ministro delle Finanze per “evitare di rovinare la reputazione dell’Olanda”. Ma intanto i big della tecnologia continuano ad approfittare del proficuo regime di tassazione.

Funziona così: molti Stati dei Paesi più ricchi impongono una withholding tax, sorta di ritenuta d’acconto (talvolta del 33%), su somme di denaro che transitano nel Paese stesso per poi essere trasferite in nazioni a tassazione zero con cui non hanno un trattato fiscale, come le Bermuda o le Cayman Islands. I Paesi Bassi, invece, in base a una legislazione risalente agli anni Settanta, non esigono questa ritenuta d’acconto, qualunque sia la destinazione del denaro.

Secondo la Banca Centrale Olandese nel 2010 le multinazionali hanno fatto transitare circa 10,2 trilioni di euro in 14.300 “speciali unità finanziarie” olandesi. Con questa tattica Google l’anno scorso è stata in grado di far confluire 10 miliardi di dollari in una società di comodo nelle Bermuda passando dall’Olanda: una mossa che, sottolinea Bloomberg, ha fatto risparmiare a BigG due miliardi di dollari in tasse internazionali.

In base agli accordi per cui il transito nel Paese di somme verso paradisi fiscali avviene a costo zero, le companies accettano in cambio di lasciare una piccola quota delle loro entrate da tassare in Olanda. Per esempio Yahoo ha concordato di versare al governo di Amsterdam circa l’1,35% delle entrate totali della sua unità in loco. Nel 2009 ha dunque pagato 1,28 milioni di euro di tasse, su 101,5 milioni di euro che sono transitati quell’anno nel Paese: una quota considerata dagli esperti troppo bassa rispetto all’effettiva disponibilità finanziaria del colosso informatico.

Lo stesso parlamento olandese si sta ribellando contro questo regime di tassazione eccessivamente “facile” e oggi se ne è discusso in aula. “Non dovremmo essere un paradiso fiscale” ha detto Ed Groot, del Labour Party, che è salito al potere a novembre insieme con il Partito popolare per la libertà e la democrazia. Entrambi i partiti si sono detti “stufi di queste compagnie da ‘casella postale’”, riferendosi al fatto che molte delle aziende hanno aperto uffici fittizi nel Paese. Perciò Groot ha ribadito: “Se vanno altrove non ci dispiace”. Da parte loro Google e Yahoo continuano a sostenere di rispettare i regimi fiscali dei Paesi in cui si trovano ad operare.

Lo scorso giovedì il ministro delle Finanze ha risposto con una lettera circostanziata alle domande presentate dal parlamento su questa materia, sostenendo che “l’Olanda non può risolvere da sola la questione dell’elusione fiscale”. Ha poi spiegato perché i Paesi Bassi sono in grado di attrarre imprese internazionali grazie alla propria giurisdizione che, ha sottolineato, presenta “opportunità così come effetti collaterali”.

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