L'APPROFONDIMENTO

Internet of things, la sfida si vince sui brevetti. Ma serve un approccio proattivo

Un ruolo centrale avranno i patent “essenziali che proteggono tecnologie che devono essere necessariamente implementate per conformarsi a uno standard tecnico e consentire così la commercializzazione del prodotto

Pubblicato il 04 Mar 2022

Maurizio Santoro

Studio legale Trevisan & Cuonzo

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La rivoluzione dell’IoT (“Internet of Things”) investirà nei prossimi anni gran parte delle aziende in svariati settori dell’economia, tra cui energia e servizi pubblici, industria e agricoltura, ambito sanitario e sperimentazioni cliniche, retail e automotive. Una rivoluzione “attesa e annunciata”, complice l’implementazione su larga scala del 5G, che secondo le stime dell’associazione di operatori mobili GSMA raggiungerà 1,8 miliardi di connessioni globali entro il 2025, contribuendo secondo una analisi di Accenture per mille miliardi di euro al PIL europeo.

Gli operatori di mercato entro pochi anni dovranno quindi inevitabilmente adeguare i propri prodotti a standard di telecomunicazione wireless. Un ruolo centrale avranno i c.d. brevetti essenziali (“Standard Essential Patent” – SEP), ovvero brevetti che proteggono tecnologie che devono essere necessariamente implementate per conformarsi a uno standard tecnico e consentire così la commercializzazione del prodotto. Si pensi, ad esempio, agli standard di telecomunicazione (che regolano il “linguaggio” di due terminali che devono dialogare tra loro) ed in particolare alle reti cellulari, come 3G, 4G e 5G, alle reti fisse ADSL, al Wi-Fi o al Bluetooth.

I brevetti essenziali sono dichiarati tali dai loro titolari senza alcun controllo esterno preventivo e i titolari stessi si rendono disponibili a concederli in licenza a coloro che intendono utilizzare lo standard in questione a condizioni cd. “FRAND” (“Fair, Reasonable And Non-Discriminatory”, cioè eque, ragionevoli e non discriminatorie).

Tutte le aziende che vorranno implementare standard di telecomunicazione dovranno quindi concludere una licenza con i titolari dei brevetti essenziali rilevanti. In tale contesto, saranno avvantaggiate le aziende del settore delle telecomunicazioni che potranno agire sulla base della consolidata esperienza in materia di altri standard quali 2G, 3G e 4G, a fronte invece di aziende non avvezze a queste dinamiche che patiranno la mancanza di esperienza circa la negoziazione delle licenze sui brevetti essenziali, le logiche che li governano e più in generale il panorama brevettuale nel settore di riferimento.

È dunque consigliabile per tutte le aziende non abituate ad affrontare questi temi adottare un approccio proattivo per affrontare efficacemente il cambiamento di paradigma in atto. In questo processo di apprendimento e adeguamento ai nuovi standard richiesti, è bene che le aziende tengano presente che il numero di brevetti dichiarati essenziali è elevatissimo ed in costante aumento: uno studio condotto da IPlytics calcola che per il solo standard 5G siano già stati dichiarati essenziali più di 95.000 brevetti e che gli stessi siano nelle mani di molti titolari, con alcune grandi società (Huawei, Samsung, ZTE, LG, Nokia, Eriksson e Qualcomm), a far la parte del leone. Effetto collaterale della costante crescita del numero dei brevetti dichiarati essenziali è l’aumentato rischio di controversie legali, promosse da parte dei titolari dei diritti nei confronti di implementatori non in possesso di una licenza, o viceversa dagli implementatori per verificare se tali brevetti siano effettivamente essenziali o meno (operazione tanto più complessa mancando un database ufficiale di brevetti essenziali) o se le condizioni di licenza offerte siano effettivamente FRAND. Questo contesto renderà più difficile calcolare i rischi finanziari, commerciali e legali e, di riflesso, anche la necessità di trasferire tali oneri sugli utenti finali mediante l’aumento dei prezzi dei prodotti.

I licenziatari. Sarà inoltre fondamentale per le aziende analizzare la condotta degli altri licenziatari di brevetti essenziali, tenendo presente che, per massimizzare il profitto, i titolari tendono a concedere licenze al produttore del prodotto finale (ad es. l’autovettura), più che al produttore di singole componenti (es. il chip di comunicazione); che gli stessi titolari potrebbero cercare di massimizzare la redditività del proprio portafoglio di brevetti essenziali offrendo in licenza i primi unitamente ai c.d. brevetti non essenziali o di “implementazione”, ai quali l’implementatore potrebbe non essere interessato; che l’assenza di un database pubblico delle licenze concesse riduce la trasparenza nel processo di negoziazione; che in caso di utilizzo delle tecnologie coperte da brevetto senza licenza, i titolari che abbiano offerto una licenza FRAND potranno adire l’autorità giudiziaria chiedendo l’emissione di provvedimenti sia risarcitori che inibitori.

L’approccio proattivo. L’investimento di risorse nella valutazione del rischio IP mediante la conoscenza dei brevetti essenziali e non essenziali, il calcolo di potenziali royalties e degli altri costi di licenza nei propri business plan, lo sviluppo di un proprio portafoglio di diritti IP sono solo alcune delle iniziative utili alle imprese, anche italiane, attive in settori interessati da tali dinamiche al fine di assumere un comportamento proattivo per prepararsi a richieste di licenza avanzate dai titolari dei brevetti, che metterebbero le imprese in difficoltà laddove i business plan non contemplassero i relativi costi e rischi.

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