A leggere in questi giorni alcune notizie sullo stato dell’arte di Italia Login si ha la sensazione che si stia facendo disinformazione su che cosa sia veramente Italia Login e il contesto nel quale si collocano le azioni in atto che ne costituiscono i pilastri.
Procedendo nell’ordine ed iniziando dal contesto normativo è il caso di ricordare che è solo con l’emendamento del febbraio scorso di Stefano Quintarelli che si è pensato di introdurre in Costituzione, ancora sub giudice parlamentare e popolare, la modifica all’art.117 lettera r) che assegna allo Stato la competenza esclusiva sul “coordinamento informatico dei dati, dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche”. Coordinamento i cui contenuti e i cui limiti saranno tutti da definire anche sulla base di quella che sarà la futura giurisprudenza della Corte Costituzionale, che ci proietta nel secondo dei problemi ossia quello del contesto in cui si inserisce Italia login che, come portale unico di accesso a tutta la Pubblica Amministrazione digitale, si innesterà nell’attuale giungla digitale della PA che in base ad una stima, per difetto, del Governo viene quantificata in circa 240 siti gov.it, in oltre 50mila siti web della PA e in circa 100mila diverse modalità di accesso per servizi online, offerti dalle singole amministrazioni che richiedono ai cittadini accessi su base-dati completamente diverse e a volte incompatibile con quelle previste dai regolamenti AgID per lo SPID.
Questo è il nodo “politico” da sciogliere per Italia login e non quello dei tempi e dei fondi perché occorrerà stabilire fino a che punto la scelta di accreditare le attuali dotazioni delle identità digitali delle Regioni e di qualche media entità locale, carenti sotto il profilo della tutela della privacy e della certezza delle corrispondenza delle credenziali, potrà essere piegata alla ”discrezionalità” della scelta amministrativa dell’accreditamento in assenza degli stringenti requisiti dettati dai regolamenti AgID alle aziende ed enti di nuovo conio. Inoltre bisognerà contestualmente definire fino a che punto bisognerà cedere alla ragion di Stato, o meglio della ragion di spesa sinora fatte dalle Regioni, e che sarà rivendicata dal relativo apparato burocratico a tutela degli orticelli dei centri di spesa deresponsabilizzati.
Il voler far pensare che si possa passare subito dal medioevo al digitale è, invece, un’operazione intellettualmente disonesta laddove la stessa Strategia Europea per la Crescita Digitale fissa per gli anni che vanno dal 2014 al 2020 l’attuazione dell’Agenda. In verità pare che si vogliano negare gli sforzi che si stanno facendo per Italia Login come portale nazionale dove poter accedere per tutti i servizi di e-government della PA, sforzi in via di attuazione con le azioni quali: PagoPA; la fatturazione elettronica; la conservazione della documentazione dematerializzata, le modifiche al CAD, ANPR, e soprattutto, per quella in itinere degli accreditamenti per il Sistema Pubblico di Identità digitale (SPID) che ne è il pilastro fondamentale in quanto rivolto a fornire a tutti i cittadini un’identità digitale o, come lo definisce il governo un Pin unico digitale, un’unica chiave di accesso sicura ai servizi della PA. Ciò richiede però che le cose siano fatte con professionalità dal gruppo di esperti che è tutto interno a una struttura importante qual è l’Agenzia per l’Italia digitale, che dell’execution delle azione previste dall’ Agenda digitale Italiana ne è trasfigurazione plastica nonostante le carenze di organico e le criticità nei riconoscimenti.
Certo occorrerà che le Regioni, le Provincie e i circa 8mila Comuni italiani si attivino per le procedure digitalizzate e quindi, prima che ciò accada, nel rapporto fra PA e cittadino resta ancora la carta, che è ciò che il piano Digitale vuole eliminare, ma Roma non fu fatta tutta in una volta e a girare, anche oggi, per l’Urbe ancora vi sono, e vi saranno, cantieri e ricostruzioni in atto, così man mano gli enti provvederanno nel digitale e modelleranno i servizi di Italia Login, che nell’immediato inizierà con i servizi forniti dai grossi enti già digitalizzati come l’Inps, l’Inail, l’Agenzia delle Entrate e qualche Regione.
Resterà comunque aperta la questione “politica” dato che alcune di esse si dichiarano già pronte ad adottare in autonomia carte di autenticazione alternative allo Spid, com’è per la carta regionale sanitaria, ma ciò potrebbe aprire una falla nella quale potrebbe inserirsi anche la scuola digitale o la giustizia digitale ed altro ancora. Questo sì sarebbe un fallimento: perché sarebbe la negazione dello Spid e tutto tornerebbe come prima se non si rende obbligatorio e vincolante l’accesso ai servizi della PA solo tramite lo stesso.