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Jacquier: “Hadopi è stata un successo”

La direttrice Affari legali dell’Agenzia finita nel mirino del governo Hollande difende il lavoro di questi tre anni. Nonostante un’unica multa da 150 euro comminata nel 2009. “L’obiettivo non sono le sanzioni ma scoraggiare la pirateria”

Pubblicato il 17 Giu 2013

Lodata e imitata in vari Paesi del mondo dopo che nel 2009 fece la sua comparsa sulla scena francese, oggi l’Hadopi, agenzia governativa anti-pirateria online, è in discussione. Nata per occuparsi dell’applicazione di una parte della “Loi Création et Internet n. 311” introdotta nel 2009 ed entrata in vigore dal 2010, la normativa in base alla quale agisce prevede una “disconnessione forzata” per coloro che violano il copyright secondo una risposta graduale in “tre strikes” (tre successive notifiche ai responsabili di violazioni). Con un budget 2012 di 8,5 milioni di euro e una sola multa comminata finora (150 euro) , l’organismo è finito di recente al vaglio di un voluminoso rapporto redatto dal giornalista-imprenditore Pierre Lescure su mandato del governo Hollande, che tra le altre cose delinea modalità alternative di penalizzazione del downloading illegale. Ma Sarah Jacquier (nella foto), direttrice affari legali dell’Hadopi, non teme che sia smantellata ed evidenzia l’importanza del lavoro svolto fino ad ora. “Il nostro – dice – è stato uno scopo sostanzialmente educativo”.

A oggi qual è il bilancio di Hadopi? È stata un successo, un fallimento o una via di mezzo?

A mio parere è stata un successo. Lescure ha fatto un lavoro oggettivo, ha incontrato diverse persone in Francia e fuori, ha compiuto studi. La domanda iniziale doveva restare aperta: l’Hadopi deve essere mantenuta o no? Alla fine ha confermato la legittimità e l’utilità delle missioni della Hadopi. Comunque per il momento si tratta solo di un rapporto: toccherà a Parlamento e governo decidere cosa fare.

Quindi ha funzionato l’approccio dei 3 strikes?

Decisamente. Le cifre lo dimostrano: al primo strike 1.757.847 persone hanno ricevuto la notifica, al secondo avviso erano in 159.000; dopodiché la commissione interna di Hadopi ha inviato 559 segnalazioni all’autorità giudiziaria. È probabile che una parte dei trasgressori sia migrata verso altri siti illegali, ma è evidente che nel complesso c’è stato un impatto educativo.

Alla fine però è stata inflitta una sola ammenda per 150 euro.

A mio parere l’efficacia di un ente come Hadopi non è dare la stura a migliaia di sentenze con sanzioni per migliaia di euro, perché questo significherebbe che l’obiettivo di formare a un uso legale di Internet non è stato raggiunto.

E riguardo alla dotazione annuale dell’ente? Soldi ben spesi?

Abbiamo 60 dipendenti. E lo stesso rapporto Lescure ha ritenuto il costo proporzionale alla sua efficacia. Dipende dai risultati, dalle priorità e da quello che uno si aspetta.

Dopo l’entrata in scena dell’Hadopi ci sono stati diversi Paesi che hanno deciso di seguirne le orme. Cosa pensa di questo “effetto imitazione”?

In Nuova Zelanda, Usa, Corea del Sud e in altri Paesi hanno implementato, o cercato di implementare, organismi simili. Devo dire che è stato fatto essenzialmente su base volontaria. Nella tradizione francese, invece, la presenza dello Stato è considerata molto importante, perché funge da bilanciamento tra interessi che possono risultare in conflitto. Specialmente quando si tratta di dati personali: non vogliamo che le persone utilizzino impropriamente i personal data. In ogni caso per me è interessante incontrare i colleghi degli altri Paesi perché vedo che le difficoltà sono molto simili. Poi le soluzioni sono state sviluppate in base al retroterra culturale di ciascun Paese.

Secondo lei cosa dovrebbe fare l’Italia?

Non posso saperlo, ma ritengo che si debbano colpire le grandi società colpevoli di massicce violazioni. Per quanto riguarda le sanzioni nei confronti degli end-user, non credo si voglia prendere quella strada nel vostro Paese. C’è piuttosto il bisogno di alimentare la consapevolezza della pirateria online. Non sto pensando necessariamente a grosse sanzioni, ma occorre che le persone si rendano conto che, quando si accede a un’offerta gratuita su Internet, in realtà dovranno dare in cambio qualcosa per averla.

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