L'INTERVENTO

La disoccupazione giovanile? Si combatte con l’Ict

Nella Ue nel 2015 ci saranno 900mila posti vacanti nel settore. La soluzione sono le Stem (Science, technology, engeneering, mathematics), facoltà specialistiche in grado di garantire un futuro ai neo-laureati

Pubblicato il 18 Giu 2013

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Continuare a studiare dopo la Maturità? Se si, che cosa? Anche se molti maturandi hanno già una risposta, questa è una scelta che condizionerà il resto della loro vita ma anche del nostro benessere futuro. Prima di prendere qualsiasi decisione definitiva suggerisco loro di chiedersi quali saranno le professioni del futuro. Basta una breve ricerca online per scoprire che sono le Stem (science, technology, engineering, mathematics). I dati Eurostat e Cedefop dimostrano che non proseguire con gli studi o una specializzazione limiterà le opportunità di occupazione e di un reddito dignitoso. Chi sostiene il contrario dice il falso o intende solo provocare, come il Sindaco di New York.

Nonostante i livelli di disoccupazione siano drammatici, soprattutto quelli relativi ai giovani, il mercato è a corto di professioni che richiedono competenze elevate come per le Stem. In Europa ci sono 400 mila posti vacanti nel settore delle ICT. Saranno più del doppio nel 2015 (900 mila). Gli amministratori di molte grosse aziende hanno lanciato l’allarme, ultimi gli Ad di Siemens e di Volvo. È un paradosso. L’Europa ha un disperato bisogno di lavoro qualificato per favorire l’innovazione e offre diverse opportunità professionali ma chi è a spasso (in Italia il 17,5% dei giovani tra i 25-34 anni e il 41,9% tra i 15-24) non sembra avere le competenze necessarie.

In un Paese con una chiara idea di sviluppo e una precisa vision del futuro dovrebbero essere le istituzioni a segnalare (e promuovere) i percorsi professionali, e quindi formativi, di cui c’è più bisogno nell’interesse dei giovani e del Paese stesso. Così fanno nel Nord Europa. Così dovrebbe fare anche il Miur, invece di sprecare energie ad imporre programmi, test, e concorsi, mascherandosi ancora dietro al valore legale dei titoli e uccidendo l’autonomia scolastica. È necessaria una rivoluzione culturale per questo? Facciamola! È interesse delle stesse università, che oggi più che mai investono in marketing e attività di orientamento, sebbene non possano competere tra loro. È interesse delle imprese tecnologiche, è – soprattutto – interesse dei giovani.

Se le imprese potessero riavere un po’ di ossigeno potrebbero provare a riempire le mansioni vacanti assumendo i giovani laureati (poco qualificati stando ai numeri) e formandoli al loro interno (on site training). Se questi giovani neo assunti hanno appreso il metodo scientifico, questa della loro “riconversione” resterebbe una sfida difficile ma superabile, e gli anni di studio non sarebbero stati buttati. Ma se non hanno sviluppato la capacità di risolvere problemi complessi, di sperimentare o la loro creatività? Il problema è proprio questo. Le università si preoccupano unicamente di trasferire conoscenze e di valutare la qualità dell’apprendimento. Eppure la maggior parte di quei contenuti va persa se non viene utilizzata e ripetuta costantemente nella vita quotidiana. Paradossalmente quel sapere che prima era disponibile solo per pochi, è oggi fruibile in forme e modi diversi e più efficaci di quanto accademie e docenti nostrani possano fare.

La Khan Academy è l’esempio più popolare che meglio esprime l’evoluzione tecnologica e l’impatto che iniziative imprenditoriali individuali possono avere. Piuttosto le nostre università dovrebbero coinvolgere gli studenti in esercizi intellettuali che stimolino la loro capacità di affrontare problemi, il fascino delle scoperte matematiche e fisiche, l’amore per la scienza, l’interesse per le analisi sociali, il mistero della speculazione filosofica. Non dovremmo valutare quante conoscenze sono state apprese, ma la capacità di meravigliarsi e produrre soluzioni vincenti a questioni complesse. Il sapere è come la legna, non si incendia se non si accende la fiamma. Compito dei docenti non è ammucchiare legna, ma accendere la scintilla.

Fino ad oggi ci siamo occupati solo della legna. E di questo dobbiamo chiedere scusa ai nostri giovani. Da quando varcano la soglia delle elementari si fa di tutto per soffocare la straordinaria curiosità che solo un bambino può avere, invece di alimentarla. Il desiderio di meravigliarsi scoprendo il mondo, imparando a conoscere le cose, è stato sostituito con programmi ministeriali ben confezionati che impongono al bambino come fare e cosa sapere. Il bambino e lo studente sono valutati per quello che hanno appreso, non per aver scoperto o creato qualcosa di nuovo, anche se solo per loro. La sperimentazione e la creatività hanno ceduto il passo ad un percorso guidato da esami, interrogazioni, voti, giudizi di maestri e professori. La scuola non è più costruita intorno alla sua materia prima, i bambini. Al contrario sono loro a dover adattarsi ad un sistema pianificato a livello centrale da burocrati e politici.

Che centra tutto questo con gli Stem? Uno studente deve sì conoscere per occupare quei posti vacanti, ma oggi, per innovare, per aiutare il paese a tornare a crescere, deve soprattutto sviluppare la capacità critica, essere creativo e intraprendente, vedere i problemi da angoli sempre nuovi e risolverli come nessuno prima. Con “opportunity for all” il Presidente Obama ha voluto investire sulle scuole materne ed elementari perché ben consapevole che sono i bambini il futuro della nazione.

Se vogliamo tornare a crescere e nutrire il benessere che stiamo perdendo, dobbiamo ripensare il sistema formativo. Non si tratta solo di rivedere le strutture e i finanziamenti della scuola (per altro imbarazzanti), ma il suo spirito e i suoi metodi. Si tratta di investire sui nostri figli, il domani del mondo.

*John Cabot University – ppaganini@johncabot.edu

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