E-SKILLS

Lavoro & Ict, Giulio Sapelli: “Serve un umanesimo digitale”

L’economista: “L’Italia ha molte competenze da spendere sul mercato, ma manca la messa a sistema con un forte raccordo tra scuola, università e imprese. Intelligenza artificiale e nuova Internet i settori chiave su cui investire. E’ necessario l’impegno delle grandi aziende”

Pubblicato il 15 Dic 2014

“L’Italia non è indietro sugli e-skills ad alto valore aggiunto: abbiamo ingegneri, programmatori e anche ‘hacker positivi’, ma manca la messa a sistema di queste competenze elevate”. Ne è convinto Giulio Sapelli, economista e docente di Economia politica e Storia economica alla Statale di Milano.
Non c’è nessun allarme e-skills in Italia?
Se ci fermiamo solo ai numeri si può pensare che il nostro Paese stia scontando un ritardo forte su questo fronte. Ma io credo che per studiare il fenomeno e lanciare azioni strategiche efficaci serva andare oltre le cifre.
Andiamo oltre le cifre, allora.
Il vero problema dell’Italia non è numerico – di carenza, insomma- ma dipende dal fatto che queste competenze sono segmentate e non vengono messe nelle condizioni di creare sinergie. In questo modo si perde la spinta propulsiva.
Che fare, dunque?
Bisogna mettere in campo azioni che puntino alla messa a sistema di questi e-skills. Un tempo c’erano le grandi imprese che facevano un “improve” per passare dai sylos al sistema, ovvero dalla polverizzazione delle specializzazioni ad alto contenuto tecnologico all’integrazione di competenze e anche di progetti.
Oggi in Italia di grandi aziende ne sono rimaste poche…
Credo che questa azione di sistema la possa fare Telecom Italia. Ma si deve impegnare radicalmente con investimenti e piani di azioni strategiche.
A suo avviso quali sono i campi in cui le grandi aziende dovrebbero intervenire?
Come ho detto, in Italia ci sono ingegneri, programmatori e anche nuovi professionistidel Web. Mancano, invece, gli specialisti dell’Intelligenza artificiale, un settore dove l’Italia è stata pioniera con il progetto “Logan” della Olivetti. Altro settore è quello della nuova Internet dove i contenuti ricoprono un ruolo di primo piano e dove la Rete diventa rete degli oggetti.
L’Italia è uno dei paesi con meno laureati in ingegneria o, più in generale, in materie scientifiche. Questo può essere un ostacolo?
L’innovazione non si fa solo con la tecnica. Conta invece preparare giovani laureati in studi umanistici a raccogliere la sfida del digitale. In questo senso, serve una maggiore flessibilità all’interno del sistema scolastico e una maggiore propensione delle università a raccordarsi con il mondo delle imprese innovative.
Lei ha curato la prefazione del libro “Race against the Machine” di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee che pronostica un radicale cambiamento del lavoro a causa dell’arrivo dei robot. Che idea si è fatto di questa previsione?
La questione di fondo che il libro solleva è la verità, accertata attraverso un’infinità di sperimentazioni, che questi processi non devono essere subiti ma governati dall’intelligenza umana. Naturalmente un approccio teorico di questo tipo sconvolge molte idee consolidate sul tema del lavoro e sul suo futuro. È vero infatti che la rivoluzione digitale accresce la produttività e può ridurre a zero alcuni costi di controllo. Ma nel contempo, per essere portata a buon fine, ossia per risolvere i problemi tecnologici e produttivi per cui è stata creata ha bisogno non di meno lavoro ma di più lavoro.
Ma di che tipo?
Un lavoro che non provenga necessariamente dal mondo del digitale, ma dal più vasto mondo della creatività tecnologica, della capacità umanistica di tenere insieme diverse tecnologie per diverse finalità. Un lavoro più qualificato e capace di rispondere alle varianze del processo piuttosto che alla continuità dei modelli. Non a caso il libro richiama la necessità di un nuovo ordine istituzionale dell’educazione al lavoro e nel lavoro che consenta una riqualificazione degli operatori che con la loro interazione rendono possibile la continuità della rivoluzione digitale.

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