BANDA LARGA

Le tecnologie avanzano, appello al nuovo premier

Dopo le ipotesi sull’impegno di Enel nello sviluppo delle reti in fibra e il parziale avvio delle gare per le aree a minore concorrenza, l’interesse sembra essere un po’ scemato.Colpa forse della battaglia referendaria e della crisi del governo Renzi, ma all’ordine del giorno dell’agenda politica il tema non compare più. La rubrica di Nicola D’Angelo

Pubblicato il 16 Dic 2016

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Ofcom ha annunciato pochi giorni fa che sta procedendo verso la separazione legale di Openreach di BT. L’Autorità inglese ha infatti rilevato che il principale operatore del paese non è riuscito a offrire soluzioni che potessero consentire di affrontare i numerosi problemi posti dalla concorrenza. In particolare, Openreach nata come divisione di BT per sviluppare e gestire la rete di telecomunicazioni principale del Regno Unito in modo da consentire una parità di accesso anche agli altri operatori (ad esempio Sky, TalkTalk, Vodafone), nella sua attuale struttura non sembra in grado di assicurare un adeguato e concorrenziale sviluppo della larga banda.

Per questo Ofcom sta premendo per la creazione di un modello più indipendente, convinta che solo così potranno essere favoriti i nuovi investimenti sulla rete, soprattutto in fibra, in un contesto concorrenziale chiaro. In sostanza, una nuova società dotata di autonomia decisionale, pronta a fare gli investimenti strategici necessari per migliorare la disponibilità di banda e di fibra in tutto il paese. In aggiunta, anche le torri e gli impianti utilizzati per i collegamenti mobili dovranno essere condivisi. La proposta di Ofcom, presa dopo un’articolata consultazione, verrà poi notificata a Bruxelles. Il tempo stringe anche in Gran Bretagna per creare un contesto in grado di corrispondere alle esigenze del grande sviluppo delle comunicazioni digitali e del loro riflesso sulla società. E in Italia? Dopo le ipotesi sull’impegno di Enel nello sviluppo delle reti in fibra e dopo il parziale avvio delle gare per le aree a minore concorrenza, l’interesse sembra essere un po’ scemato.

Colpa forse della battaglia referendaria e della crisi del governo Renzi, ma all’ordine del giorno dell’agenda politica il tema non compare più. Nella legge di stabilità per far cassa c’è la sistemazione di parte dello spettro radio utilizzato dagli operatori mobili, nulla invece sulla banda 700 (ma questo c’era da aspettarselo vista la posizione di retroguardia dell’Italia). Eppure il tempo passa e gli altri paesi vanno avanti. Nuove tecnologie avanzano, ad esempio il 5G, e l’ambiente digitale é sempre più pervasivo. Non si può certo chiedere al nuovo governo appena insediato di fare sfracelli, ma il primo ministro è un uomo che in passato ha mostrato grande sensibilità al tema. Nei prossimi mesi forse qualche iniziativa potrebbe essere presa, quantomeno sul piano del chiarimento. A chi verrà affidata la parte principale della missione di sviluppare ulteriormente le reti di nuova generazione? A Telecom o ancora ad Enel? Già un’indicazione più precisa sarebbe tanto. Senza contare che esiste una massa enorme di capitale di banche e di fondi che in qualcosa potrebbe essere investito.

Perché no nel business sicuro delle reti di telecomunicazione. Ofcom e non il governo si è mossa in Gran Bretagna. Dopo le illusioni di accentramento statalistico degli ultimi anni, forse è venuto il tempo di lasciare anche da noi un po’ di indirizzo industriale sul tema ad organismi quali l’Agcom meno penetrati dalle incertezze della politica. La leva della regolazione offre infatti diverse chance.

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