“Lo scorso anno il premier Renzi aveva promesso anche in diretta TV che avrebbe trovato una soluzione sull’elusione fiscale delle multinazionali del web, adesso in questa legge di bilancio pare non ci sia nessun accenno ad una web o digital tax che dir si voglia”. Lo ha detto Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, in un’intervista a RadioNorba.
“Che un artigiano, un piccolo imprenditore o una semplice libreria debbano pagare le tasse avendo margini risicatissimi mentre Amazon, Apple e altre multinazionali del web non debbano farlo nonostante i grandi profitti francamente è incomprensibile e non più politicamente giustificabile – ha sottolineato Boccia – E’ la conferma che una parte della politica è incapace di interpretare la modernità e ha un rapporto di sudditanza culturale evidente con gli Over the Top“.
La mancata introduzione di una tassa per i colossi del web ha fatto storcere il naso anche a Sinistra Italiana, secondo cui il balzello potrebbe vale circa 2 miliardi che “potrebbero – spoega il deputato Artuto Scotto – essere destinati all’attuazione di un piano per la sicuredel territorio.
Il governo dal canto suo aveva già chiarito che la web tax non era nell’agenda di governo. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, aveva detto che “non vi sono allo stato elementi né normativi, né di proposta da parte governativa”.
Intanto l’Europa non molla la presa sugli Ott. Dopo laa clava fiscale abbattutasi su Apple la Ue è pronta a menare nuovi colpi. Il prossimo gigante sulla lista dei cattivi di Margrethe Vestager è Amazon. L’indagine aperta dal timoniere dell’antitrust Ue sugli accordi fiscali “preferenziali” tra la società di Jeff Bezos e il Lussemburgo è ormai agli ultimi fuochi. Nonostante la multa, o meglio il risarcimento, che si profila all’orizzonte sarà decisamente più basso rispetto a quello, astronomico, che Cupertino dovrà versare al governo irlandese.
Che poi la lady di ferro danese sia intenzionata ad istruire nuove inchieste lo comprova, più di ogni dichiarazione pubblica, uno scambio di cinguettii con il finanziere (e grande elettore di Matteo Renzi) Davide Serra. Lui, lo scorso 16 settembre, twittava: “Ci sono 185 Ceo americani che pensano sia legale pagare lo 0,05% di tasse in Europa. Facciamo dei controlli subito”. Il riferimento era a una lettera inviata ai governi europei dal Business Roundtable, associazione che rappresenta 185 multinazionali americane, in cui si chiedeva di rivedere la decisione Apple. Risposta immediata della Vestager: “E’ quello che farò”. Ce n’è abbastanza da far tremare i polsi sul serio agli alti papaveri della Silicon Valley.
Le strategie di elusione o ottimizzazione fiscale di molti altri colossi tech, a cominciare da Facebook e Google, potrebbero presto trovarsi nel mirino della commissaria alla concorrenza. Ecco che allora il Wall Street Journal moltiplica gli attacchi contro una Vestager che non esita a definire “vendicativa” e “rancorosa”. E le accuse di protezionismo europeo contro le web companies americane tornano a fare capolino. Anche da parte delle istituzioni di Washington. Un film già visto sul caso Google. Questa volta l’amministrazione Obama è intervenuta con forza ancora prima che le indiscrezioni sul ceffone ad Apple da 13 miliardi venissero ufficializzate. In un documento firmato dal dipartimento del tesoro Usa si accusava senza mezzi termini la Commissione di comportarsi come “un’autorità fiscale sopranazionale”. Ma le pressioni istituzionali provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico non sembrano sortire effetti. La Vestager non mostra segni di cedimento.