LO STUDIO POLIMI

Lo smartphone in azienda? Vale 10 miliardi l’anno di produttività

Secondo l’Osservatorio Mobile Enterprise della School of Management del Polimi l’abbinata dispositivi mobile e app sta avendo un effetto dirompente su organizzazione e gestione dei dipendenti. Cresce la spesa nelle soluzioni mobili ma le Pmi italiane sono ancora troppo indietro

Pubblicato il 06 Ott 2015

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10 miliardi di euro. Tanto vale, in soldoni, la produttività generata dall’uso dei dispositivi mobili da parte dei dipendenti aziendali. Un “tesoretto” calcolato per il solo 2015. È questa la stima messa nero su bianco nell’annuale report dell’Osservatorio Mobile Enterprise della School of Management del Politecnico di Milano secondo cui l’abbinata mobile device-mobile app sta avendo un effetto dirompente sull’organizzazione aziendale nonché sulla gestione dei dipendenti. Per dotare i propri dipendenti di dispositivi e soluzioni, le imprese italiane hanno speso lo scorso anno 2,2 miliardi di euro pari ad una crescita del 18% in un anno. E quest’anno gli investimenti toccheranno quota 2,5 miliardi (+15%) stima il Polimi per arrivare a 3,3 miliardi nel 2017 (+53% in 3 anni).


“Il paradigma della Mobility, nei prossimi anni, è destinato a contaminare e condizionare in maniera profonda ogni dinamica di innovazione digitale: dai sistemi informativi alla gestione dei dati e delle informazioni, fino all’organizzazione del lavoro che dovrà abbattere i rigidi vincoli del quando, del dove e del come si produce valore”, spiega Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano.

Sono i dispositivi (smartphone, tablet, notebook) a rappresentare al momento la principale voce di spesa delle imprese per la mobility, pari al 68%. Il 25% è legato alla componente mobile biz-app, il 7% è relativo alle piattaforme di gestione del nuovo ecosistema mobile aziendale.

“L’adozione della mobile enterprise da parte di imprese e PA del nostro Paese consente nel 2015 un recupero di produttività che abbiamo stimato pari a 10 miliardi di euro, guardando alla molteplicità dei mobile worker già dotati di soluzioni Mobile a supporto delle proprie attività professionali”, afferma Paolo Catti, direttore dell’Osservatorio Mobile Enterprise del Politecnico di Milano. A titolo d’esempio, spiega il Polimi, l’introduzione di una soluzione di Sales Force Automation (ovvero a supporto della forza vendita) permette di ridurre il costo del processo di vendita di alcuni euro per ogni ordine (tra 2,5 € e 6,5 €/ordine) grazie alla possibilità di ridurre il numero di errori in fase di digitazione, minimizzare gli spostamenti e ottimizzare l’agenda dei venditori. E le soluzioni di Work Force Management consentono di arrivare a recuperare 40 euro di produttività per ogni intervento, per esempio abbattendo i tempi operativi sia delle missioni pianificate sia delle manutenzioni straordinarie.” Ogni figura professionale riesce, quindi, con le soluzioni mobile ad essere più produttiva, riducendo le attività a minor valore aggiunto”, sottolinea Catti.

Ma la mobile enterprise non è ancora decollata in Italia fra le Pmi: solo poco più di una pmi su 4 assegna, per il 2016, un grado di priorità alto o medio alto agli investimenti in progetti Ict a supporto della Mobility nelle proprie organizzazioni; quasi una Pmi su 4 non ha ancora introdotto in azienda alcun mobile device; solo il 25% delle imprese ha già introdotto mobile biz-app a supporto dei propri processi di business e il 60% dichiara di non aver alcun interesse né esigenza di introdurre app a supporto del business. “La limitata diffusione di soluzioni mobile Enterprise nelle pmi è dovuta anzitutto a budget dedicati all’Ict molto limitati e in contrazione da anni, spesso in grado di coprire solo i costi di manutenzione. Inoltre in quasi due Pmi su tre manca una vera e propria Direzione IT, che governi e stimoli i progetti di innovazione e sappia cogliere le opportunità della mobility per il proprio business”, spiega Marta Valsecchi, Direttore dell’Osservatorio Mobile Enterprise del Politecnico di Milano. “Si conferma, quindi, l’incredibile deficit culturale delle nostre pmi nei confronti del digitale. Eppure le pmi italiane dovrebbero avere chiaro che la sfida della competitività non si gioca solo assicurando i prodotti o i servizi migliori, ma con processi più agili, con maggiore flessibilità e con decisioni più tempestive grazie a informazioni e dati accessibili con rapidità e in qualunque luogo”.

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