L'INTERVISTA

Mascaro, G20 Empower: “Parità di genere bussola della ripartenza. Investire sulle competenze digitali”

La Chair dell’alleanza: “Servono progetti misurabili e iniziative che contribuiscano a cambiare la narrazione sulle Stem. Scuola, università e impresa facciano sistema”

Pubblicato il 21 Giu 2021

mascaro

Policy, competenze e misurabilità. Sono questi i tre pilastri del lavoro del G20 Empower, l’alleanza creata all’interno del sistema G20, che riunisce rappresentanti del settore privato e dei governi per promuovere un obiettivo comune: accelerare la leadership e l’empowerment delle donne.

Lanciato in occasione del vertice G20 del 2019 in Giappone e istituito durante la presidenza saudita, il G20 Empower oggi conta in tutto 28 membri, tra cui i Paesi del G20, i Paesi ospiti e l’Unione europea.

Delle azioni messe in campo dall’alleanza e dei suoi ambiziosi obiettivi ne parliamo con la Chair, Paola Mascaro, che è anche presidente di Valore D, la prima associazione di imprese italiane che promuove l’equilibrio di genere.

Mascaro, perché si è sentita l’esigenza di un G20 Empower?

Perché nei Paesi del G20 la parità di genere è ancora una chimera. Un dato su tutti racconta di questo inaccettabile ritardo: in 10 anni l’incremento delle donne nelle posizioni apicali è stato poco superiore al 3%. Il G20 Empower nasce con due obiettivi: capire come può intervenire il settore privato per progredire sul tema dell’inclusione e fornire raccomandazioni ai governi per lavorare in sinergia con le imprese, in ottica pubblico-privato. La collaborazione con i rappresentanti delle istituzioni che sono, tipicamente, ministeri e dipartimenti per le Pari Opportunità, è particolarmente importante.

Quali sono i pillar strategici sui cui vi concentrate per definire le azioni?

I lavori del gruppo si stanno concentrando su misurabilità, policy e competenze. Misurabilità perché se non hai indicatori che spiegano perché non stai avanzando rispetto a certi obiettivi fissati non vai da nessuna parte. Serve individuare Kpi specifici che facciano questo. Con questi indicatori sarà possibile elaborare policy che operino a tutti i livelli aziendali: se non costruisci una pipeline dove le donne vengono valorizzate è difficile anche solo immaginare un avanzamento nelle posiziono di vertice. La terza, ma certamente non meno importante, è l’investimento sulle competenze a cominciare da quelle digitali e a quelle legate al grande tema di oggi, cioè la sostenibilità.

Sulla necessità di “iniettare” questo capitale di competenze molto è stato detto e molto ancora si dice. Il problema è passare all’azione. Che fare?

Non serve una, ma tante azioni che vanno messe a sistema. La prima è sicuramente quella di intervenire sullo storytelling che, ancora oggi, racconta di donne non tagliate per studiare discipline Stem o che non scelgono determinati percorsi professionali, perché declinati erroneamente al maschile. Noi con Valore D, ad esempio, andiamo nelle scuole insieme a donne che spiegano ai ragazzi che non esistono lavori o percorsi di studio da donna e lavori e percorsi da uomo. Vanno scardinate convinzioni e anche troncati i pregiudizi sul nascere che – sappiamo – si formano tra i 6 e i 7 anni.

E poi?

Cruciale anche intervenire sulle azioni di orientamento agli studi universitari per evitare che la scelta sia condizionata da fattori esterni – si fa quello che vuole la famiglia o quello che la società si aspetta – invece che basata su dati e informazioni certe su come quel percorso di studi possa diventare uno strumento di costruzione del futuro. C’è poi un terzo aspetto che riguarda il reskilling e l’upskilling per le donne in condizioni di fragilità: lì la sfida da vincere è quella di renderle competitive sul mercato del lavoro per tirarle fuori da situazioni di violenza, povertà e marginalità.

Va detto che molti degli interventi delineati sono già al centro di una serie di progetti già messi in campo da aziende e istituzioni. Però la situazione non si sblocca. Cosa manca allora?

È vero che i progetti non mancano ma non hanno la “scala”. Quello che manca è una visione d’insieme delle azioni necessarie a ridurre il gender gap. Ecco perché è importante fare sistema tra scuola e università, istituzioni e aziende private. Ed è questo che G20 Empower si impegna a promuovere.

La pandemia da Covid-19 ha portato lo smart working sotto i riflettori anche come strumento per facilitare il lavoro delle donne e la conciliazione con i lavori di cura. Come si può intervenire affinché sia davvero uno strumento abilitante la professionalità e non una trappola che ricaccia le lavoratrici a casa?

Sgomberiamo subito il campo da un equivoco. Quello testato durante la pandemia non è smart working ma, come lo abbiamo ribattezzato in Valore D, “extreme working” ovvero una modalità che ha consentito alla donna di lavorare da casa e, però, ha fortemente aumentato il carico di lavoro domestico e di cura. Bisogna invece puntare a modelli ibridi che mixino lavoro in presenza e da remoto. Ma soprattutto applicare quei modelli anche agli uomini nella prospettiva di coinvolgerli nel lavoro di cura e domestico. È necessaria una svolta culturale per abbattere il patriarcato: i modelli di lavoro, insieme a regole in grado di accelerare la trasformazione sono alleati indispensabili.

Il governo ha presentato il Pnrr. Sul piatto ci sono 1,4 miliardi per Stem e imprenditoria femminile oltre che una serie di interventi di welfare. Lei che idea si è fatta: la strategia e i fondi sono sufficienti?

Le misure messe nero su bianco nel Piano sono certamente condivisibili: c’è un forte impegno sulle infrastrutture, a partire dagli asili nido. Altra misura centrale è la certificazione della parità di genere nelle aziende, legata alla misurabilità degli obiettivi. Si tratta di uno strumento, che se accompagnato con le premialità, può diventare un importante driver per le Pmi che hanno bisogno – più delle grandi imprese – di essere “spinte” al cambiamento. Ovviamente anche gli incentivi sono un’ottima notizia. Ma c’è una misura che più di altre è in qualche modo “rivoluzionaria”.

Quale sarebbe?

La cosidetta Vig, cioè la valutazione di impatto di genere per analizzare ex ante gli effetti delle politiche e dei progetti sul genere. Si tratta di una lente che ci aiuterà a muoverci in maniera diversa. Il Pnrr è una chance imperdibile. Forse gli interventi non sono esaustivi ma se ben utilizzato il Piano può contribuire a tracciare la via verso la parità. Ora non abbiamo più alibi.

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