LO SCENARIO

Microelettronica, la sfida italiana ai colossi del Far East

Italia ed Europa alla prova competitività con i giganti asiatici. Punto di forza la solidità del sistema di formazione. Fernanda Irrera (Sapienza): “Nelle istituzioni manca la vision industriale. E servono incubatori e startup”

Pubblicato il 24 Feb 2015

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“La ricerca non può essere fine a se stessa, ma deve trovare un riscontro applicativo e avere un impatto sulla società. Purtroppo, però, in Europa, e soprattutto in Italia, soffriamo di un gap che riguarda il trasferimento della conoscenza sviluppata dalle Università alle applicazioni industriali. Mancano incubatori e startup, anello necessario nel processo ingegneristico dell’innovazione”.

A tracciare un bilancio dello stato della microelettronica in Italia è Fernanda Irrera, Professore Associato presso il Dipartimento di Ingegneria dell’informazione, elettronica e delle telecomunicazioni dell’Università Sapienza di Roma: “L’Università non può e non deve colmare questo gap – sottolinea – quello è un altro mestiere. In Italia il livello della formazione è altissimo. Il punto è la mancanza di chiare politiche di innovazione: manca un piano strategico nel comparto dell’innovazione per i prossimi decenni. Non vedo investimenti strategici in settori coordinati dell’innovazione, che pure sono un volano dell’economia”.

Eppure il ruolo dell’Italia e dell’Europa in questo campo potrebbe essere di primo piano, come conferma Raimondo Castellucci, Senior Director of General Administration di Micron Semiconductor Italia, che recentemente aveva esposto la sua visione al workshop “Micro and NanoElectronics 2Days”, ospitato proprio dall’ateneo romano: “Possiamo contare su ricercatori ben preparati e su una tradizione di collaborazione con le Università che ci consente di portare risultati eccellenti, soprattutto nelle attività che non richiedono di essere svolte vicino ai grandi centri di produzione, che sono soprattutto in Asia. Parliamo di ricerca, progettazione e sviluppo di prodotti e della prima fase della concezione di tecnologie emergenti, alternative rispetto al filone tradizionale”.

In Italia, tra i centri di Arzano, Avezzano/Padova, Catania, e Vimercate, Micron mette a punto sistemi e tecnologie all’avanguardia su scala mondiale: “Il nostro mestiere è progettare nuovi componenti – spiega Tommaso Vali, che guida per la multinazionale americana i centri italiani di progettazione di memorie non volatili – e questo è imprescindibile dal saper trovare soluzioni innovative a problemi complessi. Sia in ambito industriale che universitario dovremmo non fermarci solo all’analisi dei problemi e alle idee brillanti e innovative, ma essere capaci di eseguire e trasferire le idee nel mondo reale, integrando nel processo innovativo tutti i gruppi di lavoro che si occupano di sistemi complessi: dalla progettazione fino alla ingegnerizzazione dei componenti”.

“Il 50% del business Micron in ambito automotive si basa sul know-how presente in Italia, dove il nostro vantaggio è di possedere competenze diversificate, unite a una visione unitaria, che va al di là del singolo componente – afferma Giorgio Scuro, che in Micron dirige la divisione dei dispositivi per l’automotive – progettiamo veri e propri sistemi di memoria che richiedono conoscenze interdisciplinari: sistemi in forte espansione soprattutto nelle applicazioni infotainment ed in quelle di assistenza alla guida e di sicurezza”.

Giorgio Chiozzi dirige il centro di R&D di Padova di Infineon, player nei dispositivi elettronici per automotive: “Impieghiamo circa 130 ingegneri dedicati allo sviluppo di prodotti automotive, in particolare microcontrollori, che contengono una memoria flash integrata – spiega – In Italia ci sono le competenze giuste per svilupparli. A Padova abbiamo trovato una facoltà di Ingegneria Elettronica rinomata e un ambiente favorevole. Progettiamo soluzioni che rendano le automobili ‘Cleaner, Safer and Secure’: più pulite, perché inquinano meno, più sicure per chi è a bordo, e più resistenti ai tentativi di furto e intrusione, perchè dotate di sistemi intelligenti che ne impediscono la manomissione”.

A spiegare come l’Italia possa competere con i colossi asiatici è anche Sergio Galbiati, a capo di Lfoundry ad Avezzano: “La nostra azienda – afferma – deve competere malgrado un costo del lavoro più alto di 3 o 4 volte rispetto ai concorrenti asiatici. Il vantaggio di Lfoundry sta nella sua diversità: può godere di un mix di competenze che permette di offrire a un cliente qualcosa di più rispetto ai competitor più grandi: ad esempio il servizio ‘su misura’, la flessibilità di poter ‘giocare’ con il silicio, garantendo livelli elevati di protezione della proprietà intellettuale in tutte le fasi della progettazione e della produzione”.

Conferma il punto di vista di Università e Industria Andreas Wild, Direttore Esecutivo dell’impresa comune “Eniac”, che ha combinato risorse dell’Unione Europea, dei singoli Stati e delle imprese partecipanti per promuovere lo sviluppo della microelettronica in Europa: “Gli investimenti pubblici oggi sono concentrati nella ricerca accademica; – osserva Wild – è invece necessario rilanciare la ricerca industriale, che a sua volta consente all’Università di operare al meglio nella direzione seguita dalle imprese”.

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