“Il piano del governo per la banda ultralarga? Mi pare una scelta importante: perché esso pone obiettivi ambiziosi di copertura broadband in tempi rapidi per l’intero Paese: nelle aree dove gli operatori già andrebbero per conto loro, ma anche in quelle dove soltanto col supporto pubblico sarà possibile intervenire per raggiungere i target di Europa 2020. Ma vorrei anche segnalare che il piano porta il “sigillo” del presidente del Consiglio e dell’intero governo. Non è solo un ministro ad impegnarsi, ma l’intero esecutivo. Ed è giusto sia così, visto che si tratta di un progetto-Paese”: Nunzio Mirtillo, amministratore delegato di Ericsson Italia nonché presidente della Regione Mediterranea del gruppo svedese (24 country, dal Portogallo ai Balcani, dal Maghreb ad Israele), giudica positivamente il varo del piano Ring.
Non sono mancate le polemiche per quella che sembrava la predeterminazione di una preferenza tecnologica.
Che però non c’è stata, correttamente a mio parere. Il governo deve fissare gli obiettivi: sarà chi investe a stabilire quali tecnologie adottare per raggiungerli, sulla base di scelte tecniche e valutazioni di mercato. Se vuole la mia opinione, penso che le nuove reti non saranno costituite da un’unica soluzione ma da un mix di tecnologie integrate fra loro: dalla fibra al mobile con i vari passaggi generazionali. Nel mobile, ad esempio, si sta rapidamente affermando l’Lte che evolverà nel Volte, la voce sull’Lte. Ma sta venendo a maturazione anche il 5G che consentirà velocità nettamente superiori e latenze molto più basse. Sarebbe dunque improprio predeterminare le tecnologie, soprattutto in un settore come le telecomunicazioni dove tutto corre veloce.
Cosa le fa pensare che gli operatori investiranno veramente senza obblighi precisi? L’Italia è indietro in tutte le classifiche: nei collegamenti superveloci, ma anche nell’uso di Internet.
Intanto, bisogna distinguere. Nelle connessioni mobili siamo all’avanguardia in Europa. Nel fisso scontiamo anche la mancanza delle reti tv via cavo. Fatta questa tara, è chiaro che bisogna fare di più.
Appunto.
Gli operatori hanno cominciato ad investire, ovviamente sulla base dei business plan che si sono dati.
C’è chi dubita che bastino.
Nelle aree grigie e bianche il supporto pubblico è necessario per correre in fretta. Ma il vero driver sarà il mercato. Ed è un mercato in fortissima evoluzione, che spinge. Le nostre previsioni dicono che nel 2020 ci saranno tre miliardi e mezzo di abbonati all’Lte e 9,5 miliardi di abbonamenti mobili. Il traffico dati prodotto da smartphone crescerà di 8 volte mentre i video in mobilità, sempre entro il 2020, balzeranno di 10 volte, al ritmo del 45% l’anno. Fra cinque anni il 55% del traffico mobile sarà costituito da video ma già oggi il video streaming ha sorpassato il video tradizionale. C’è poi un enorme mondo nuovo che si sta aprendo: l’Internet delle cose con miliardi di oggetti connessi e nuovi servizi mobili pronti ad esplodere. Stiamo assistendo a un cambiamento epocale.
Vale anche per l’Italia?
Certo. Così come valgono le nuove modalità di fruizione di Internet. Il traffico generato dalle app è in continua crescita. A gennaio in Italia le 5 applicazioni top (Facebook, YouTube, Chrome, Android browser, Whatsapp) hanno rappresentato l’80% di tutto il traffico mobile generato da app. Come negli altri Paesi. Con la differenza che da noi è il 35% di Facebook a guidare la classifica, seguito dal 19% di YouTube.
Gli operatori si sono accorti di questo cambiamento epocale?
Sì. Per questo dico che gli investimenti nelle nuove reti sono per loro un must, non un optional. Si andrà verso offerte di quadruple play. I service provider forniranno fisso, mobile, voce/dati, video. Per potere gestire tutta questa massa di dati dovranno tutti dotarsi di reti in grado di supportarli. E comunque, anche le telco si stanno ponendo il problema di ripensare la loro industry.
In che senso?
Nel senso che gli operatori devono decidere che strategie darsi, anche in presenza della pressione che gli viene dagli over-the-top. Possono decidere di rimanere meri gestori di network, oppure diventare abilitatori di servizi o magari diventare essi stessi fornitori di servizi e contenuti.
Sta avvenendo?
Sì. Per ora l’orientamento è una suddivisione pressoché paritaria fra i tre modelli.
Facebook e Google annunciano progetti di propria infrastrutturazione, anche utilizzando droni o palloni aerostatici.
Il segreto del boom del mobile broadband e delle connessioni Internet è stato di avere stabilito standard, regole e protocolli uguali in tutto il mondo. È questo che ha reso possibile l’interconnettività e la competitività economica delle soluzioni con un mercato che si è aperto a miliardi di persone e ora anche di oggetti. Soluzioni locali non hanno senso, servono volumi con massa critica tale da fare scendere i costi per gli utilizzatori finali, facendo entrare anche chi oggi è fuori da Internet per ragioni economiche.
Ericsson dov’è in tutto questo?
Lo abbiamo sintetizzato con un claim al Mobile Word Congress di Barcellona: “We enable change-makers”. Vogliamo essere quelli che supportano chi vuole cambiare, essere abilitatori della Networked Society, fornire servizi che aprono nuove opportunità di business a tutti i nostri clienti, non solo le telco che vogliamo accompagnare nella loro trasformazione digitale. La possibilità di gestire le tecnologie a distanza consente di gestire le reti in modo totalmente innovativo e fornire servizi prima impossibili.
A Barcellona avete annunciato un accordo con Intel sui server.
Siamo un’azienda che vuole essere full Ict. L’intesa con Intel ci consente di entrare anche nell’hardware per la gestione dei data center. Storage, computing, networking sono i tre pilastri delle nuove reti. Sono ancora componenti separate che necessitano anche di un system integrator in grado di farle interagire. Noi, invece, vogliamo offrire soluzioni unitarie e già integrate. La nuova Ericsson è anche questo.
BANDA ULTRALARGA
Mirtillo: “Ultrabroadband, piano ambizioso: ora realizzare gli obiettivi”
L’amministratore delegato di Ericsson Italia: “Questa volta il piano porta il sigillo non solo di un singolo ministro ma dell’intero esecutivo: così dev’essere perché si tratta di un progetto-Paese”
Pubblicato il 16 Mar 2015

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