“Netflix a rischio flop senza una sterzata sulla produzione”

Bruno Zambardino direttore dell’Osservatorio Media di I-Com anticipa a CorCom i punti salienti del rapporto dell’Istituto: “Banda larga necessaria ma non sufficiente per il mercato video. Servono strategie più mirate sui contenuti: svincolarsi dai paletti nella gestione dei diritti”

Pubblicato il 10 Nov 2015

Federica Meta

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In Italia il mercato dell’on demand vale solo 40 milioni euro contro i 686 di Uk e i 249 della Francia. Lo rileva l’ultimo rapporto I-Com che analizza il fenomeno della convergenza media-telco. Bruno Zambardino, docente dell’Università “Sapienza” di Roma e direttore dell’Osservatorio Media dell’istituto, anticipa a CorCom i punti salienti dello studio che sarà presentato domani, 11 novembre.

Il mercato italiano dell’on demand vale dieci volte meno di quello inglese. Questo gap a cosa può imputarsi?

Prima di tutto alle difficoltà di penetrazione della banda larga e poi alle caratteristiche di un mercato molto legato alla pay tv. In Italia il mercato pay – digitale terrestre e satellitare – è ben radicato, con un’offerta strutturata che ha il suo cuore pulsante nel calcio, abbinato a serie tv o cinema. Un modello che ha funzionato (ci sono 4,5 milioni di abbonati) e che rischia di ostacolare anche la diffusione di Netflix.

Il servizio di videostreaming punta a conquistare una famiglia italiana su tre. Ce la farà?

Non sarà un obiettivo facile da raggiungere. Non va sottovalutato il fatto che Netflix si trova a fronteggiare una concorrenza commerciale sempre più agguerrita che, negli ultimi due anni, ha visto nascere servizi online competitivi a livello di prezzo e ricchi a livello di catalogo titoli, offerti sia da broadcaster tradizionali (Infinity, Sky On line) sia da operatori Ott come Chili Tv – che ha chiuso il 2014 con 450 mila utenti ed è sbarcata anche in Austria e Polonia – I-tunes, Google Play, Amazon. Una seconda ragione riguarda l’appeal dei contenuti offerti. Netflix ha dichiarato che la porzione di contenuti europei all’interno della sua offerta dovrebbe rappresentare il 20% dell’intero catalogo. Ma questo non può bastare.

Cosa serve?

Occorrono anche titoli freschi e in esclusiva e come sappiamo la finestra di sfruttamento per gli operatori Svod è – differenza del Tvod – è molto lunga. Dunque diventa centrale spingere sugli investimenti in produzioni originale in modo da non avere vincoli nella gestione dei diritti. Investimenti che al momento sembrano ancora rappresentare una strategia complementare e non core del servizio.

C’è anche un problema legato alle modalità di fruizione: forse gli italiani sono ancora affezionati al grande schermo?

Il discorso è più complesso. Anche nel nostro Paese esiste il cord cutting ovvero migrazione dei telespettatori dai canali tradizionali a servizi on demand più flessibili, ma riguarda in particolar modo le giovani generazioni. In questo contesto è prevedibile che siano le smart tv – si conta che in Italia il 60% degli apparecchi si possa connettere – a fare da leva al cambio di modalità di fruizione.

Lei ha fatto riferimento alla penetrazione della banda nel nostro Paese, non sufficiente per trainare l’innovazione. Crede che il piano banda ultralarga del governo possa rappresentare un punto di svolta?

Certamente l’investimento sulle reti è determinante. Stiamo assistendo ad un “turning point” dove la centralità del broadcast inizia ad essere scalfita, invasa ed ibridata dalle reti a banda larga come dimostra la strategia del gruppo Vivendi azionista di maggioranza di Telecom fortemente interessato a proporre agli utenti pacchetti integrati di servizi e contenuti ad alto valore aggiunto.

In questo contesto gli operatori come si devono muovere?

La parola d’ordine è triple o quad play: pacchetti completi di telefonia fissa e mobile, connessione a Internet e tv, tutti veicolati attraverso le nuove reti broadband e ultra broadband che, dal canto loro, necessitano dei contenuti per aggiungere valore alla propria offerta e sostenere così gli investimenti sul network.

La banda larga è la panacea, dunque?

Niente affatto. È importante anche lavorare sui contenuti. È centrale il lavoro che Mise e Mibact stanno facendo per la creazione di un nuovo ecosistema per potenziare i contenuti sulle reti, tramirte incentivi fiscali e premi per i produttori che esportano. È probabile che il progetto vedrà luce con il nuovo anno e che, insieme al piano Ngn, riuscirà a sostenere lo sviluppo di un settore tv innovativo e basato sulla convergenza.

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