INTERNET & LAVORO

Ott, è allarme posti di lavoro

Stimato un possibile impatto occupazionale negativo di 100-150mila posti in Italia nei prossimi 10 anni. Telecomunicazioni, editoria, pubblicità e intrattenimento i settori più a rischio di “erosione” di impiego

Pubblicato il 20 Gen 2014

Quando ho letto sul giornale che il sito russo Vkontakte (il Facebook dei Paesi ex Urss) era stato oscurato in Italia non ci volevo credere, pensavo fosse uno scherzo di qualche giornalista burlone. Ma ancor più comico il fatto che ad oscurarlo fosse stato il film di Checco Zalone “Sole a catinelle”, pubblicato da qualche utente sul sito Vkontakte in violazione dei diritti d’autore. Certo, io non sono un critico cinematografico, ma non si poteva scegliere un film leggermente più impegnato per oscurare un sito che conta circa 150 milioni di utenti? La burla assoluta è costituita dal fatto che per noi italiani i reali contenuti del sito sono tutt’altri: splendide principesse, queste sì che sono a catinelle, tutte belle ed eleganti che fanno mostra di sé in un sito che è anni luce avanti a Facebook per estetica, organizzazione e funzionalità.

La questione è così paradossale che ai russi è addirittura sorto il sospetto di campagne mediatiche contro lo zar Putin. Il nemico non allineato al blocco della finanza occidentale. La domanda è appunto scontata: come è possibile oscurare un sito di 150 milioni di utenti per la violazione dei diritti d’autore di un film che sarà stato visto al massimo da qualche migliaio di navigatori quando nel frattempo Google opera ai limiti della legalità con miliardi di utenti? Sarebbe giusto oscurare un sito per la violazione dei diritti d’autore, sempre e quando si abbia una uniformità di trattamento. “Per comprendere il meccanismo attraverso il quale opera Gmail” scrive Franco Bernabè in “Libertà Vigilata” “proviamo ad applicare le sue logiche al servizio postale tradizionale… Il servizio funzionerebbe così: l’utente consegna la lettera al postino, il quale apre la corrispondenza e indicizza le parole chiave. Successivamente consegna al destinatario la posta insieme a pubblicità rilevanti rispetto al contenuto della lettera…”. La faccenda è ancora più preoccupante quanto minore è il numero di soggetti in grado di controllare le informazioni.

Se sul mercato mondiale ci fossero migliaia di provider, probabilmente l’uso di queste informazioni sarebbe poco utilizzabile a fini distinti da quelli pubblicitari. La concentrazione delle informazioni nei server di pochi provider favorisce al contrario il rischio di manipolazioni a fini diversi. Per questa ragione i monopolisti della rete costituiscono un grande pericolo per il futuro delle comunicazioni. Un esempio? La Cia entra ed esce a suo piacimento nei server di Google per controllare le informazioni mondiali. Ed è per questo che gli Over the top (in gergo tecnico “al di sopra della rete”) possono agire indisturbati eludendo le regole della Privacy di qualsiasi Paese del mondo. La Cia possiederà fra non molto 8 miliardi di profili. Attraverso la rete web, la rete mobile e la rete bancaria è possibile sapere ogni cosa: cosa scriviamo, cosa mangiamo, come ci vestiamo o dove ci muoviamo. Da più di dieci anni questi grandi gruppi si servono gratuitamente della rete di ogni Paese per far girare le proprie applicazioni incassando lauti profitti senza pagare neppure le imposte. Le sedi finanziarie di Google si trovano alle Bermuda dove non c’è alcuna tassazione per i ricavi societari poiché gli ingenti profitti del motore di ricerca viaggiano verso le sabbie dorate attraverso l’intricatissima strada nota ai tributaristi con il nome di “Doppio Irlandese”.

La tecnica interesserebbe anche Facebook che di recente ha aperto i suoi uffici a Dublino, con il piano di inviare il denaro guadagnato fuori dagli Usa verso le isole Cayman, altro paradiso fiscale. Il contenzioso con il fisco italiano potrebbe riguardare addirittura 600 milioni di euro di tasse non pagate più eventuali multe, cifra pari al salario di 20mila lavoratori o equivalente a 150mila unità cablate. A ciò si aggiunge la distruzione dei posti di lavoro nei settori delle telecomunicazioni, dell’editoria, della pubblicità e dell’intrattenimento con cifre che raggiungono i 100mila posti di lavoro bruciati negli ultimi anni. Il fatturato per addetto di Google, come sottolinea anche il giornalista del Corsera Edoardo Segantini, essendo 10 volte superiore al fatturato medio di un normale addetto del sistema economico, produce una graduale distruzione di tutti i posti di lavoro sostituiti dalle attività che avvengono attraverso Google. In sintesi: per ogni nuovo addetto di Google si perdono 10 posti di lavoro nei settori tradizionali. Non appare dunque strano che nessuno abbia mai proposto di oscurare Google?

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